Il trasformismo, pur di fare il candidato premier si dice tutto e si rinnega il passato
La scelta tra Elly Schlein e Giuseppe Conte è il tormentone dell’estate che agita il popolo di sinistra in vista delle primarie, se ci saranno. Ne parla Mario Lavia su Linkiesta.
La domanda non è priva di senso: se Elly Schlein e Giuseppe Conte hanno la stessa linea, perché alle primarie non votare lui, che è tecnicamente più preparato di lei, e forse ha più chance di battere Giorgia Meloni?
Ovviamente è un rovello che circola tra gli elettori del Pd, tra quelli meno fidelizzati, cioè fuori dallo zoccolo duro che da sempre, istintivamente, sta con il/la segretario/a. La questione va ponendosi in questi termini nella misura in cui l’avvocato del popolo ha fatto propria la visione del Pd post-riformista, imperniata sul doppio binario disarmo e questione sociale.
Il capo del M5S ha ormai archiviato la stagione dei decreti sicurezza, del bonus favorevole ai ricchi, dell’assistenzialismo spinto, per non parlare di tutta la vecchia narrazione grillo-casaleggiana tra vaffa e finto egualitarismo dell’uno vale uno. Anche se ogni tanto la frizione scappa, come al suo antico portavoce e consigliere, Rocco Casalino, che al Corriere della Sera ha detto che il tema dell’immigrazione «preoccupa tanti gay».
Ma resta che Conte si sia trasformato nell’uomo di Stato che ha al suo attivo la fermezza del lockdown e la concertazione con gli scienziati, facendo dimenticare i banchi a rotelle, l’esercito russo in Italia e le altre follie di quella stagione. Addirittura, Conte appare a molti uno “statista contro l’establishment”, sì alla pochette ma no ai salotti.
Nel susseguirsi delle varie fasi della sua trasformazione, Conte è stato molto abile: passare da politico di destra qualunquista quale egli era a leader di una sinistra addirittura all’americana (post-woke) appare un capolavoro di trasformismo che ha pochi precedenti. Una mutazione, diremmo, di tipo sudamericano.
Fatto sta che, con la piattaforma di sinistra sociale prospettata su Repubblica, l’avvocato di Volturara Appula è andato a incunearsi nel territorio profondo della sinistra di derivazione comunista sinora presidiato da Schlein con il supporto della sinistra ex Articolo Uno, del bettinismo «romano», della componente ex popolare, degli eredi di Sel. A questo punto ci sono due galli a disputarsi il medesimo grano: e la cosa è piuttosto anomala, giacché in una competizione sana ci dovrebbero essere i campioni di due linee diverse, come ad esempio fu nel 2013 tra Pier Luigi Bersani e Matteo Renzi.
La gara pertanto si giocherà molto più sulla percezione che sulle strategie. Da questo punto di vista, l’ultima carta di Elly è questa storia della longevità spacciata, per scivolamento semantico, per affidabilità, tenacia e coerenza. Da qualche tempo si moltiplicano articoli, post, libretti che magnificano la segretaria «che ha superato Bersani» (ma non Renzi che fece due mandati) in appunto longevità, in parallelo al record di durata di Giorgia Meloni, nella scoperta operazione di accreditare l’idea della competizione tra Schlein e la premier.
Si vuole dire che come lei nessuno mai. Anche perché nessun leader del Pd ha avuto la ventura di non avere uno o più avversari interni pronti a soffiarne la poltrona: nessun segretario ha avuto così poca opposizione nel partito. Positivo per lei, per il Pd, certo. Ed era obiettivamente difficile fare peggio di Nicola Zingaretti e Enrico Letta: così dal diciannove per cento delle politiche è passata al ventiquattro delle Europee, ai venti-ventuno che i sondaggi oggi assegnano ai dem. Elly Schlein è dunque l’inattaccabile segretaria del partito ma non ancora la riconosciuta leader del campo largo.
Non è questione tra gruppi dirigenti. Il problema è la fiducia, ancora impalpabile, del Paese verso di lei. L’avvocato del popolo invece è sperimentato: un non piccolo vantaggio. Una condizione che non le consente, forse anche psicologicamente, di spiccare il grande salto alla conquista del governo. C’è qualcosa che le tarpa le ali. Non è l’establishment, non sono “i maschi”.
È che nessuno scommetterebbe su una sua vittoria contro una Meloni che pure è in affanno. Elly Schlein, tre anni dopo, è ancora un’incognita. Forse Conte è più forte della premier. È il dubbio dell’estate all’ombra del campo largo.


