La stampa lucchese durante il principato dei Baciocchi
Roberto Pizzi.
L’Austria, sconfitta dalle armate francesi, è costretta alla pace di Lunéville del 9 febbraio 1801 e Napoleone dà un nuovo assetto territoriale all’Italia. La sorte di Lucca viene tenuta distinta dal regno d’Etruria allora istituito per Maria Luisa di Borbone (già duchessa di Parma) e, grazie alla benevolenza di Napoleone, la città può riorganizzarsi, dotandosi di una nuova costituzione repubblicana, pur sotto il controllo del delegato francese Celestino Saliceti. La pacificazione degli animi permise di compiere importanti riforme, quali l’introduzione del vaccino contro il vaiolo (1804), il riordino scolastico con l’istituzione di una vera e propria università dotata di quattro facoltà, un miglioramento della rete viaria e l’avvio di benèfici lavori di canalizzazione delle acque.
Ma i giorni della Repubblica erano contati. Quando Napoleone veniva incoronato Re d’Italia (18 marzo 1805) e poi imperatore, appariva evidente che l’istituzione repubblicana era giunta al capolinea. Su consiglio del Saliceti, Lucca ripudiava la Repubblica a favore dell’ ordinamento monarchico e chiedeva al “grande còrso” di nominare principe della città Felice Baciocchi, marito della vivace e intelligente sorella, Maria Anna Elisa Bonaparte. Il 4 luglio del 1805 Felice ed Elisa Baciocchi entravano solennemente in città dando inizio alla fase del Principato (1805-1814), che avrebbe registrato al suo attivo una serie di opere pubbliche quali la costruzione di un acquedotto, poi completato dai Borboni, alcune sistemazioni urbanistiche come la piazza che ancora oggi porta il nome di Napoleone, l’apertura della porta nelle Mura sulla via che conduce a Pescia, la bonifica delle paludi, il riordinamento dei canali e il miglioramento delle difese della città contro le inondazioni del Serchio. Il Principato dei Baciocchi non mancò di prestare attenzione anche all’economia, cercando di favorire l’esportazione dell’olio, di vivificare l’attività serica e la lavorazione del cotone. Né trascurate furono l’istruzione e la cultura: si istituirono scuole nei vari comuni, l’Università venne sviluppata, gli artisti vennero protetti, l’Accademia degli Oscuri ricevette impulso. Per quanto riguarda la carta stampata si dovette attendere fino al 1806 per assistere alla pubblicazione di un nuovo giornale. Nel dicembre di quell’anno usciva, per volere delle autorità, la Gazzetta Politico letteraria, che col n. 6 prendeva il nome di Gazzetta di Lucca e della quale furono redattori il matematico Pietro Franchini e poi Lazzaro Papi, il traduttore del “Paradiso perduto” di Milton (di questo originale letterato seguirà un breve profilo biografico in un prossimo numero) . Stampata prima nella tipografia Benedini e poi in quella Bertini, usciva ogni venerdì, in formato piccolo di 4 pagine e, a volte, era arricchita da un supplemento. Dopo poco, prese ad essere pubblicata due volte la settimana, il martedì e il venerdì. Il giornale ebbe vita tranquilla essendo l’eco fedele del non infausto governo dei Baciocchi, del quale riportava gli atti ufficiali e le notizie che venivano dagli ambienti di corte. Riportava, inoltre, notizie politiche italiane ed estere, ovviamente scelte e selezionate per non disturbare il potere. Durò finché Elisanon fu costretta a lasciare la città, dopo aver ceduto il governo (per pochi giorni) a Gioacchino Murat ed al suo esercito napoletano. Il 5 maggio del 1814 le truppe austriache occupavano Lucca, che andava a conoscere tutta la durezza del regime militare. Gli anni seguenti furono segnati dalla brutalità, dall’esosità dei tributi imposti ad una popolazione stremata dai cattivi raccolti e dalle epidemie che provocarono un notevole flusso migratorio in ogni parte del mondo, che avrebbe ritagliato anche nel prosieguo un ruolo di primo piano per i lucchesi nella storia dell’emigrazione italiana. Il primo esilio all’Elba, poi i “100 giorni”, il definitivo relegamento a S. Elena, erano gli atti finali della parabola di Napoleone e con il suo declino si spegnevano quelle aspirazioni di rinnovamento a lui inizialmente collegate, anche se, ormai, sempre più disilluse. Tuttavia l’influenza lasciata dall’ impero sarebbe stata profonda, non solo nell’amministrazione pubblica e nella separazione della Chiesa dallo Stato (i matrimoni civili, i registri di Stato Civile svincolati dalla parrocchie, il catasto, il censimento, ecc.), ma anche per le idee che avrebbero formato gli uomini del nostro Risorgimento. Analogamente, per quanto riguarda la stampa, l’eredità francese, volente o nolente, faceva sì che il “vizio” di scrivere e di leggere i giornali e le riviste fosse ormai inestirpabile anche in Italia.





