Dimenticato in Italia ed eroe in Polonia, a duecento anni dalla nascita del colonnello Francesco Nullo
Luciano Luciani.
Peccato! Peccato davvero che il Museo del Risorgimento di Lucca sia stato lasciato morire di negligenza, inedia e astenia dalle stesse istituzioni che avrebbero dovuto tutelarlo (Amministrazione provinciale; Sistema museale provinciale…). Perché sarebbe stata la location più adatta per celebrare il bicentenario della nascita di uno dei personaggi che, nel corso della propria esistenza, meglio ha saputo interpretare gli spiriti di libertà e giustizia che, in tempi difficili e quasi disperanti, hanno animato l’agire della parte migliore del popolo italiano. Stiamo parlando di Francesco Nullo (1826 – 1863), bergamasco, il cui ricordo occupa(va) un angolo importante del MuR lucchese: quello che si è voluto dedicare alla Camicia Rossa, alle sue origini, alle sue imprese, ai suoi protagonisti di caratura nazionale e locale. Così, accanto alle immagini dei fratelli Andrea e Jacopo Sgarallino, popolani livornesi devotissimi a Garibaldi; alla vetrina dedicata a Tito Strocchi; alla fotografia di Giovanni Antonelli, bracciante analfabeta di Pedona di Camaiore, l’unico lucchese dei Mille, compare, a buon diritto, Francesco Nullo (1826 – 1863), nato a Bergamo da un’agiata famiglia di commercianti e industriali del tessile. Nel marzo del ‘48, il giovane Nullo, poco più che ventenne, prende parte alle Cinque giornate di Milano nella zona militarmente più esposta della città lombarda, Porta Tosa, e l’anno dopo partecipa alla sfortunata difesa della Repubblica Romana.
Nel 1859 con i Cacciatori delle Alpi combatte a Varese e, distinguendosi, a San Fermo. La spedizione in Sicilia, iniziata nel maggio 1860, lo vede protagonista di diversi atti di valore: nonostante fosse stato ferito a Calatafimi, è Nullo a piantare il primo tricolore a Palermo. “Il più bell’uomo della spedizione dei Mille”, secondo l’Abba e i canoni estetici del tempo, ufficiale dello stato maggiore garibaldino, nell’ultima parte della impresa si impegna nella repressione delle insorgenze legittimiste e a Isernia, nel Molise, Nullo e i suoi volontari conoscono la ferocia della reazione borbonica. Evidentemente insoddisfatto dei modi in cui si era realizzata l’unità d’Italia, nella primavera del 1862 il Nostro promuove una sommossa mazziniana presente nelle pagine dei libri di storia come “i fatti di Sarnico”: un centinaio di patrioti, attraverso la Valcamonica, cerca di penetrare in armi nel contiguo Trentino, ancora sotto il dominio austriaco, per provocare l’insurrezione di quelle popolazioni. Contrastati dalle forze di sicurezza del giovanissimo Stato italiano, la cui unità politico-amministrativa era stata dichiarata poco più di un anno prima, i manifestanti lamentano tre morti, non pochi feriti gravi, mentre ancora più gravi risultano le polemiche tra i governativi e l’opposizione.
Nell’estate Nullo è con Garibaldi in Aspromonte: in quella triste giornata, il 29 agosto 1862, tremilacinquecento tra fanti e bersaglieri aprono il fuoco sulle camicie rosse nell’ennesimo episodio di scontro civile, italiani in divisa contro i volontari garibaldini. Lo stesso Garibaldi viene ferito, arrestato e rinchiuso nel carcere del Varignano a La Spezia.
Nel febbraio 1863 Garibaldi lancia un appello in favore della Polonia insorta contro l’impero russo: “Non abbandonate la Polonia”. Non solo Garibaldi, ma anche Mazzini incita perché dall’Italia muova un significativo esempio di solidarietà internazionalista. Sul settimanale milanese “Il Dovere” del 14 marzo 1863 scrive parole abrasive contro l’Europa “ufficiale” e “governativa”, capace solo di offrire uno “schifoso spettacolo d’egoismo, d’indifferenza, di negazione d’ogni pensiero di progresso, d’ogni impulso generoso, d’ogni senso di dovere fraterno”. Il giovane bergamasco decide allora di raccogliere tali appelli e costituisce un piccolo corpo di spedizione, circa 600 uomini tra italiani, francesi e polacchi… In Francesco Nullo, come nel lucchese Tito Strocchi, al di là di ogni divisione che pure contrapponeva l’ “Eroe dei due mondi” allo ”Apostolo dell’unità” d’Italia, il fervore garibaldino si mescola con una severa moralità rivoluzionaria di segno mazziniano. Il 5 maggio 1863, in località Krzykawka, mentre incita i suoi a resistere contro gli assalti delle truppe zariste, Nullo viene colpito da una pallottola che gli penetra nel fianco destro, uccidendolo sul colpo e lasciandogli solo il tempo di due parole in dialetto “So’ mo’rt”. Un luminoso esempio di solidarietà internazionalista che non poteva essere smemorato da quanti, negli anni della dittatura fascista, si adoperarono per combattere il regime in camicia nera. È il caso di Gian Carlo Pajetta (1911 – 1990) destinato a diventare un personaggio di prima grandezza tra le fila del Partito comunista italiano. nella opposizione al regime, nella Resistenza, nella costruzione dell’Italia repubblicana e democratica Ebbene, il giovane Gian Carlo, costretto all’espatrio clandestino in Francia, assunse proprio il nome di battaglia di Francesco Nullo.
In Polonia il colonnello Nullo è considerato un eroe nazionale. Nei luoghi della ultima battaglia, un monumento in suo onore ne ricorda il sacrificio così come un busto a Varsavia. Molte le scuole polacche di ogni ordine e grado che portano il suo nome. In Italia iniziative di qualche spessore sono state promosse nel 2013, in occasione del 150esimo anniversario della sua tragica ed eroica scomparsa. Certo, in tempi di faticosa difesa dell’Europa e delle sue istituzioni, la figura e l’opera di un tale protagonista dei Risorgimenti andrebbero maggiormente conosciute e valorizzate per quel prefigurare, col dono della sua stessa vita, lo spirito del Manifesto di Ventotene, quello redatto nel 1941, nella cattività fascista da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi: l’atto di fondazione dell’europeismo e dell’Unità Europea.





