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Le primarie infiammano e fanno litigare il Campo largo

Il costituzionalista Stefano Ceccanti sul Quotidiano Nazionale entra nel dibattito sulle primarie del Campo largo, argomento che infiamma la discussione nel centrosinistra. La domanda di fondo che ci si pone rispetto alle opposizioni è se le primarie possano essere parte del problema o parte della soluzione per realizzare un’alternativa di governo. Il punto è che sono vere entrambe le chiavi di lettura che vengono spesso presentate come alternative. La premessa di partenza è la seguente: al netto delle leggi elettorali, che non saranno comunque proporzionali pure e che incentiveranno quindi coalizioni, il nucleo più consistente delle opposizioni può andare al voto sparpagliato in più proposte identitarie come nel 2022. Lasciando il centrodestra di Giorgia Meloni come unica proposta complessiva di governo? Le piccole forze centriste dicono di sì e lo stesso farà probabilmente un’area estrema guidata da Di Battista, ma, almeno al momento, si tratta di due proposte obiettivamente minoritarie tra gli elettori.

Certo, volendo non fermarsi alla situazione immediata che viene da lontano, questi quattro anni sembrano essere passati invano e le distanze restano enormi, a cominciare dalla politica estera: qui i gruppi dirigenti hanno le loro responsabilità, specie quello del Pd, che resta di gran lunga il partito maggiore e che, per questo, avrebbe dovuto trainare il resto della coalizione. Non è però certo pensabile che queste differenze possano essere improvvisamente superate in poche settimane perché qualcuno si converte alla posizione dell’altro.

In queste condizioni le primarie sono anzitutto inevitabili, parte della soluzione, semplicemente perché senza di esse la coalizione non esisterebbe e si sarebbe di fatto scelta la strada del 2022. Ovviamente, però, sono anche parte del problema perché, stanti le distanze non colmabili, non sarà affatto facile ricomporre l’unità intorno al vincitore, la cui tesi avrà prevalso. Ovviamente niente da attendersi sulla base programmatica comune che, non potendo sciogliere i nodi reali, si ridurrà a una buona scrittura dei classici principi indiscussi. Vi si dirà in bella forma quello che Cesare Martino, un brillante sociologo scomparso prematuramente, riassumeva nel principio per cui l’uomo è umano, la democrazia è democratica e la pace è pacifica.

Il problema investirà anzitutto gli elettori delle primarie a cui verrà certo chiesto di sottoscrivere una dichiarazione che conterrà anche l’impegno a sostenere il vincitore, che peraltro dovranno aver prima sottoscritto i candidati rispetto ai loro contendenti. L’impegno richiesto agli elettori: questo potrebbe in parte ridurre la partecipazione perché è un impegno non facilmente digeribile stante le differenze. Peraltro non è neanche escluso che alcuni lo sottoscrivano con qualche riserva mentale, del tipo di quelle che la Chiesa cattolica suggeriva per integrare formule di giuramento verso autorità ostili, ma, soprattutto non è chiaro come potrebbe reagire l’elettorato di opposizione che non si mobilita alle primarie.

Se vincesse la tesi pacifista radicale, di netta discontinuità con le culture politiche fondanti del centrosinistra e con l’orientamento impresso dai Presidenti della Repubblica di tutti questi anni non sarebbe facile evitare perdite di consenso al centro; al contrario se vincesse la posizione tradizionale di etica della responsabilità, in linea con la corretta lettura di una Costituzione che nasce da una Resistenza che fu anche doverosamente armata, potrebbero esservi cedimenti verso l’estrema. Ma, pur tuttavia, questi problemi difficilissimi da gestire, dovranno essere affrontati dentro il processo delle primarie, non fuori da esso. Ovviamente in un doppio turno con ballottaggio per dare agli elettori la maggiore scelta possibile.

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