Parla Juan Jesus Vivas, dal 2001 presidente della Città Autonoma di Ceuta
Ariel Piccini Warschauer.
Non alza la voce, ma misura ogni parola con la precisione di chi vive da ventiquattro anni sul filo del rasoio. Juan Jesús Vivas, dal 2001 presidente della Città Autonoma di Ceuta e figura storica della destra moderata spagnola (PP), guarda il braccio di mare che separa l’enclave dal resto d’Europa e non usa diplomatici eufemismi. La ferita dell’ultima crisi migratoria e geopolitica è ancora aperta, e la tensione con il vicino meridionale resta alta.
Presidente Vivas, dopo gli ultimi accadimenti alla frontiera, qual è lo stato dei rapporti con Rabat?
«Il Marocco ha dimostrato con i fatti di non essere un partner affidabile. Quando un Paese vicino utilizza la pressione migratoria e la disperazione delle persone come strumento di ricatto politico per mettere in discussione la sovranità di una città spagnola ed europea, supera un limite inaccettabile. Non si può far finta di nulla: al Marocco bisogna esigere rispetto, senza ambiguità.»
Si sente abbandonato dal governo centrale di Madrid?
«Ceuta non è un problema locale, è una questione di Stato e un confine esterno dell’Unione Europea. A volte c’è stata una sottovalutazione strutturale della nostra specificità. Questa città non ha vissuto una semplice emergenza umanitaria, ma un vero e proprio blocco. Senza voler drammatizzare, se non si tratta di un assedio formale, nei fatti ne ha tutta la sostanza. L’Europa deve capire che qui si gioca la sua credibilità.»
Uno dei nodi più critici riguarda l’accoglienza dei minori stranieri non accompagnati. La capienza della città è al collasso…
«Siamo oltre ogni limite sostenibile. Ceuta è un territorio di poco più di diciotto chilometri quadrati. Non possiamo farci carico da soli di una responsabilità che deve essere condivisa. Occorre un meccanismo vincolante di redistribuzione legale dei minori tra tutte le Comunità Autonome della Penisola. Non è una richiesta di favore, è l’applicazione del principio di solidarietà nazionale e della legalità.»
In Spagna non mancano le spinte della destra radicale che soffiano sul fuoco della contrapposizione identitaria e religiosa. Lei come risponde?
«Su questo punto sono e sarò sempre inflessibile. Ceuta è un modello unico di convivenza: qui convivono da generazioni spagnoli di cultura cristiana, musulmana, ebraica e indù. I cittadini di fede musulmana sono una parte fondamentale, autonoma e leale di questa comunità politica. Chi cerca di speculare sulle divisioni confessionali per raccogliere qualche consenso in più fa un danno gravissimo alla Spagna. La difesa dei diritti dei nostri cittadini musulmani è la difesa della nostra stessa identità e della costituzione.»





