Giornalismo lucchese nell’epoca giacobina
Roberto Pizzi.
Nella parte finale del secolo XVIII, che vedrà la crisi dell’ Ancien Régime, nel giornalismo italiano si segnalano dei timidi sintomi di sviluppo pubblicazioni. I primi sconvolgimenti politici e sociali, gli scricchiolii del regime assolutista francese, la guerra d’Indipendenza nel Nord America, stimolavano progressivamente le gazzette privilegiate italiane che per la prima volta cominciavano a scrivere di politica ed a discutere delle “verità pericolose per i tiranni”. La Rivoluzione francese, poi, imprimeva un’ accelerazione e le notizie relative stimolavano la nascita dei “gabinetti di lettura” e l’ emulazione del costume transalpino di leggere le gazzette nei caffè. Dopo un’iniziale tolleranza, le fasi del “Terrore”, la guerra, l’esecuzione di Luigi XVI, provocavano la reazione della censura che calava sui giornali, mentre la Chiesa accomunava nella sua condanna persino ogni forma di assolutismo illuminato. Con Napoleone in Italia, nel 1796, riprendeva l’attività dei giornali e per i tre anni seguenti si poteva parlare di effettiva libertà di stampa.
L’equilibrio del pacifico e secolare stato lucchese, difeso strenuamente con cospicui esborsi di denaro, cessava quando Ferdinando I di Napoli faceva sbarcare il suo esercito a Livorno, attirando su di sé le truppe di Napoleone che il 2 gennaio del 1799 entravano a Lucca provocando la fine del governo oligarchico. La mattina del 16 piovoso dell’ anno VII (4 febbraio 1799) anche a Lucca, in piazza S. Michele, i democratici ballavano intorno all’albero della Libertà. In quel giorno si insediava il nuovo governo che ordinava una radicale riduzione della manomorta, l’abolizione della tortura, e altre importanti innovazioni. Un mese dopo, in base ai principi dell’89, l’abate Antonio Severino Ferloni offriva ai Lucchesi la lettura del foglio La Staffetta del Serchioche annunciava solennemente: ”i diritti della Libertà e dell ‘Eguaglianza sono redenti, ognuno ora è libero a palesare i propri sentimenti; i torchi possono pubblicarli“. Il giornale, che aveva cadenza settimanale, riportava sulla testata il motto “post nubila phoebus” ed era edito da Francesco Bonsignori, segnalato anche come lo stampatore della prima rarissima edizione, in Lucca, nel 1786, di una raccolta di poesie filosofiche del marchese Agostino Lomellini, già doge di Genova nel 1760-62, scienziato e filosofo di convinzioni teiste anticuriali.
I suoi numeri, di quattro pagine strutturate su due colonne, durarono dal 6 marzo al 3 luglio del 1799. Per un mese scarso si affiancava al giornale del Ferloni l’altro foglio giacobino Il Redattore lucchese, o sia processo verbale delle sedute del Gran Consiglio, sulla cui testata le parole “Libertà” ed “Uguaglianza” sovrastavano il titolo e che ebbe durata dall’ 11 aprile all’8 maggio del 1799..
A questi giornali, tuttavia, mancò il tempo per sviluppare la loro azione: il 18 luglio 1799 i Francesi lasciavano Lucca, che subiva prima l’arrivo degli Inglesi e poi l’occupazione degli Austriaci del generale Klenau: crollava la Repubblica giacobina e con i Francesi che si ritiravano dall’Italia scomparivano tutti i giornali democratici. Un anno dopo i Transalpini erano di nuovo a Lucca, la quale, dopo un breve ritorno degli Austriaci, si sarebbe infine acconciata al ripudio della forma repubblicana ed al Principato di Elisa Baciocchi. Ormai, dopo gli eventi del 18 brumaio, Napoleone non era più quello di prima e con la sua incoronazione a imperatore dei francesi e a re d’Italia, anche la libertà di stampa era praticamente finita.





