Aldo Cazzullo ci aiuta a capire perché il museo del Risorgimento lucchese non gode di buona salute
Roberto Pizzi.
Casualmente, ma opportunamente, un articolo pubblicato il 18 luglio sul Corriere della Sera, nella rubrica riservata ai lettori, ci aiuta a fare alcune ulteriori riflessioni sulla considerazione che il Risorgimento gode nel nostro Paese e nella nostra realtà locale, dove alcuni mesi fa è venuta alla ribalta dell’opinione pubblica il problema della collocazione dell’attuale Museo del Risorgimento.Nonostante che dal 2013 si sia strutturato in un modo esemplare e dignitoso grazie al sostanzialeimpegno di operatori culturali volontari, l’Amministrazione Provinciale ha deciso di disinteressarsene e di non ospitarlo più nella sua sede di Palazzo Ducale, in quanto la legge Del Rio ha tarpato l’ente di molte competenze e l’ha privato di adeguate risorse finanziarie. Non poche sono state le proteste per l’insensibilità dimostrata dall’ente pubblico nei confronti di un Museo la cui valenza storica sarebbe enorme per la formazione di un coscienza civile nelle giovani generazioni. Carlo Paladini, un importante e sagace giornalista lucchese scriveva, alla fine dell’800 sul suo giornale “Il Figurinaio”, che Lucca era stata la provincia che aveva dato più martiri al Risorgimento, più soldati a Garibaldi, più discepoli a Mazzini. Forse un po’ esagerava in queste sueconsiderazioni: ma a ripassare le pagine di storia nazionale molti davvero furono i nomi di patrioti lucchesi che figurarono in questa epopea (pensiamo ad Antonio Mordini, a Nicola Fabrizi, a Tito Strocchi, a Pietro Barsanti, a Luis Ghilardi, all’abate Matteo Trenta, alla famiglia Cotenna ed altri ancora). Ma nonostante queste dichiarazioni di mancanza di disponibilità finanziarie dell’Ente, alcuni giorni fa il suo Presidente Pierucci, in compagnia di altri soggetti a capo di svariate associazioni locali, compresa la Diocesi di Lucca, annunciava – con gran risalto mediatico – unambizioso programma di iniziative culturali ideato dalla Provincia stessa (che certamente non saràrealizzato a “costo zero”), consistente in una quarantina di eventi spalmati in una arco di tempo di 5 mesi, il cui nome immaginifico è “Festival dei Musei del Sorriso”. Ironia della sorte, qualcuno, maliziosamente, ha già fatto notare che ben poco ridono tutti coloro che in questi anni hanno offerto spontaneamente e gratuitamente le loro competenze per sviluppare il Museo del Risorgimento, ridotto ora ad una precarietà esistenziale allarmante e che, inoltre, sono stati sostanzialmente ignorati nel programma di questo sedicente Festival del sorriso. Le svariate iniziative offerte al pubblico, che passano dalla vita di San Francesco riesumato dalla rappresentazione teatrale di Dario Fo e Franca Rame ( “Lo santo jullare Francesco” ), giungono con arditi salti cronologici allacinematografia ed alla musica moderna, lasciando molte perplessità sulla qualità delle scelte complessive del Festival, che conferma purtroppo il disinteresse istituzionale nei confronti della memoria della rinascita nazionale.
Cade “a puntino” il polemico intervento sul “Corriere della Sera” di Aldo Cazzullo, citato in apertura del nostro articolo, il quale aiuta meglio a capire il fenomeno generale ed almeno ci conforta un po’ denunciando il fatto che questa insensibilità non è solo lucchese, ma si estende a tutto il Paese. Dell’articolo del valente giornalista, che per altro non è un sovversivo, ci piace trascriverne le parti più rilevanti. Egli risponde ad un lettore che gli chiede perché non si celebra come festività nazionali la data del 17 marzo 1861, quando il parlamento piemontese proclamò l’Unità d’Italia (ricordo agli amministratori lucchesi, per altro, che l’estensore del testo legislativo fu il lucchese Giorgini). La risposta è efficace e sconfortante e rende pienamente l’idea della condizione in cui viene considerato il nostro Risorgimento da parte degli opinion makers: “… Oggi in Italia – scrive Cazzullo – non si celebra l’unità nazionale, si celebrano i Borbone e i briganti, , l’inquisizione e il poter temporale del clero, le forche, i ghetti, la tortura, l’inquisizione. Il Risorgimento sta antipatico a tutti (….), parlare male di Garibaldi è ormai uno sport nazionale. Siamo un popolo che in fondo si disprezza; anche per questo il 25 aprile è una festa divisiva, perché c’è persino qualcuno che rimpiange il fascismo. Il 2 giugno invece non fa litigare gli italiani perché la monarchia è stata completamente dimenticata. Un altro segnale che il Risorgimento non ha lasciato traccia nella memoria nazionale. Peccato, perché richiamò volontari da ogni parte d’Italia. Fu un fatto di coraggio e di eroismo, fu un movimento politico e culturale che infervorò e fece discutere artisti e pensatori (…)”.
Purtroppo, anche noi pur non rassegnati, dobbiamo prendere atto che lo spirito del tempo è questo: una volta si usava, anche con non poca retorica il motto “hodie nescire nefas” (“oggi ignorare è una colpa”), ai nostri tempi sembra, invece, che sia un merito essere inconsapevoli.





