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La contabilità segreta, la rete globale di Israele contro i terroristi del 7 ottobre

Ariel Piccini Warschauer.

Nel gergo dell’intelligence israeliana la chiamano Inyan Sagur, ovvero “pratica chiusa”. Ma dal 7 ottobre 2023 la lista delle pratiche da evadere si è trasformata in un database immenso, in continuo e ossessivo aggiornamento. A Gerusalemme e Tel Aviv nessuno pronuncerà mai una cifra esatta. Gli omicidi mirati – i sikkul memukad – non si contano con i pallottolieri della propaganda, si misurano piuttosto sull’effetto di disarticolazione che provocano nel nemico. Eppure, a quasi tre anni dal disastro che ha colpito il cuore dello Stato ebraico, la campagna d’eliminazione orchestrata in sinergia tra Mossad, Shin Bet e forze armate rappresenta la più vasta, profonda e capillare operazione di caccia all’uomo dai tempi di Ira di Dio, la storica vendetta scattata dopo il massacro olimpico di Monaco ’72.

Per capire l’estensione di questa guerra invisibile, bisogna scindere la contabilità in due livelli ben distinti ma interconnessi: la falcidia chirurgica dei grandi vertici politici e militari e la caccia, quasi ossessiva, condotta direttamente sul terreno.

Il primo livello è quello strettamente operativo e tattico, gestito da un’unità speciale nata nei giorni immediatamente successivi all’attacco: la task force NILI. Questo acronimo ebraico evoca una frase biblica forte (“L’Eterno d’Israele non mentirà”), ma nella realtà dei fatti si traduce in una spietata macchina tecnoradar. La NILI unisce la capacità di infiltrazione e l’esperienza negli interrogatori dello Shin Bet (l’intelligence interna) all’intercettazione tecnologica della leggendaria Unità 8200, fino ai droni killer dell’aviazione. Il mandato ricevuto dai decisori politici è assoluto, privo di sfumature: scovare ed eliminare chiunque abbia varcato il confine quel sabato mattina o abbia anche solo collaborato alla logistica dell’assalto.

In questo specifico segmento, i numeri sfuggono alla contabilità ufficiale e pubblica, ma i report incrociati delle agenzie di intelligence occidentali parlano chiaramente di centinaia di operativi già eliminati. Non si tratta soltanto dei volti noti, ma di una sistematica epurazione di quadri intermedi, comandanti di battaglione a Gaza, ingegneri dei tunnel e addetti alla logistica. È una caccia che si muove sul filo invisibile degli algoritmi di intelligenza artificiale, capaci di incrociare in tempo reale tracce digitali, vecchi file d’archivio e impercettibili movimenti sul terreno per localizzare i bersagli prima che riescano a cambiare rifugio.

C’è poi il secondo livello, quello strategico e geopolitico, dove il Mossad – lo spionaggio estero – riprende il suo ruolo tradizionale di braccio lungo dello Stato oltre i confini nazionali, muovendosi nelle capitali del Medio Oriente. In questo scenario l’obiettivo si è allargato ben oltre i confini di Hamas, andando a colpire sistematicamente l’intera catena di trasmissione del cosiddetto “Asse della Resistenza” guidato da Teheran.

I colpi messi a segno in questi anni hanno ridisegnato la mappa dei poteri nella regione. L’eliminazione di Ismail Haniyeh nel cuore pulsante della capitale iraniana e, mesi prima, quella di Saleh al-Arouri nella roccaforte libanese di Hezbollah a Beirut, hanno dimostrato una capacità di penetrazione informativa che ha scosso profondamente le certezze dei sistemi di sicurezza nemici. A questo si è aggiunta, tra l’estate e l’autunno del 2024, quella che i manuali di dottrina militare definiscono una vera e propria “decapitazione strategica”: l’azzeramento quasi totale della leadership storica di Hezbollah, culminato con l’uccisione di Hassan Nasrallah e del suo intero stato maggiore. Parallelamente, nei sobborghi di Damasco e in Siria, la guerra ai passatori d’armi ha portato all’eliminazione di alti ufficiali del Pasdaran iraniano, come il generale Mohammad Reza Zahedi, recidendo i fili della logistica militare diretta in Libano.

La dottrina israeliana del targeted killing si fonda da sempre su un principio cardine: l’idea che alcune figure apicali possiedano un carisma e una capacità strategica semplicemente insostituibili. Ma la complessa storia del Medio Oriente insegna anche che ogni vuoto, prima o poi, tende a generare nuovi attori. Se l’eliminazione sul campo di leader storici come Mohammed Deif o Yahya Sinwar spezza la catena di comando e controllo nel breve periodo, la vera sfida per l’intelligence di Tel Aviv resta sempre la tenuta sulla lunga distanza.

La contabilità odierna ci dice che l’Asse è stato privato dei suoi uomini simbolo e delle sue menti più brillanti. Resta però il grande dilemma geopolitico di fondo: capire se questa enorme, indubbia dimostrazione di forza tattica e superiorità tecnologica si tradurrà in una stabilità strategica duratura per Israele, o se la fabbrica dei quadri dirigenti delle milizie islamiste sarà in grado, col tempo, di rigenerarsi dalle proprie ceneri. Nel frattempo, nelle sale operative del Mossad e dello Shin Bet, i terminali restano accesi. La lista dei bersagli non è ancora considerata esaurita.

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