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Ad Ankara la Nato si gioca il futuro in una atmosfera molto elettrica

Ariel Piccini Warschauer.

L’atmosfera alla vigilia del vertice annuale della Nato ad Ankara è a dir poco elettrica. Sul tavolo dei leader dell’Alleanza Atlantica ci sono i dossier più scottanti degli ultimi anni: il rafforzamento della produzione industriale militare globale, la verifica dei budget interni e, soprattutto, il rinnovo del massiccio pacchetto di aiuti all’Ucraina per il biennio 2026-2027. Eppure, a rubare la scena e a surriscaldare i canali diplomatici, è l’ennesima, provocatoria spallata digitale di Donald Trump all’indirizzo del presidente del Consiglio italiano, Giorgia Meloni. L’ultimo affondo del Presidente statunitense è arrivato direttamente dal suo social network, Truth, dove Trump ha pubblicato un meme che ritrae la premier italiana intenta a guardarlo con un’espressione interpretata ironicamente come “rapita” o “adorante”. A completare il post, una didascalia inequivocabile e sprezzante: «Restraining order needed» — ovvero, “serve un ordine restrittivo”.

Si tratta di un attacco frontale, intriso del tipico sarcasmo da campagna elettorale permanente del Tycoon, che riapre una ferita diplomatica iniziata a giugno dopo il G7 di Evian. Trump non ha mai perdonato a Palazzo Chigi il mancato appoggio italiano nella gestione della crisi geopolitica nello Stretto di Hormuz contro il regime iraniano. Nei giorni scorsi aveva accusato Meloni di averlo “implorato” per una foto e di essere “andata male in Italia”. Dal canto suo, la premier aveva già liquidato le ricostruzioni americane come “totalmente inventate” e “insensate”, rivendicando che la sua popolarità dipende unicamente dalla difesa dell’interesse nazionale italiano. Questa nuova sortita distende un velo di gelo sul bilaterale atteso proprio a margine del summit in Turchia, dove Trump ha comunque in agenda un delicato faccia a faccia con il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, prima di tentare un contatto diretto con il leader russo Vladimir Putin nel tentativo di chiudere la partita del conflitto ucraino.

Ma al di là dei veleni personali, ad Ankara la Nato si gioca la sua credibilità strategica. Uno dei dossier centrali e più spinosi sarà la verifica formale dell’impegno assunto precedentemente all’Aia: portare la spesa militare dei Paesi membri al 5% del PIL entro il 2035. Un balzo in avanti notevole che sta mettendo a dura prova le finanze degli Stati europei, Italia in testa, storicamente restii a raggiungere persino il vecchio tetto minimo del 2%.

L’ambasciatore statunitense presso la Nato, Matthew Whitaker, ha inviato un messaggio chiarissimo ai partner europei alla vigilia del summit: Washington è pronta a favorire, negli appalti e negli acquisti militari, esclusivamente i Paesi che dimostreranno un reale e tangibile impegno nel rispettare i nuovi target finanziari. L’obiettivo della Casa Bianca è forzare una coproduzione transatlantica di massa, accelerando l’innovazione tecnologica e offrendo garanzie granitiche agli investitori privati della difesa. Il tutto mentre l’Unione Europea, parallelamente, tenta faticosamente di sviluppare una propria autonomia industriale nel settore della sicurezza.

La linea del Consiglio Atlantico sul supporto a Kiev per adesso tiene, ma con una vistosa asimmetria finanziaria. La dichiarazione finale del vertice, già approvata, mette nero su bianco un pacchetto di sostegno militare all’Ucraina da 70 miliardi di dollari sia per il 2026 che per il 2027. Tuttavia, il diavolo si nasconde nei dettagli della ripartizione delle risorse.

I fondi previsti vedono infatti 30 miliardi di dollari arrivare dal veicolo dei prestiti garantiti dall’Unione Europea, mentre gli altri 40 miliardi all’anno dovranno essere coperti dai contributi su base volontaria dei singoli alleati. La nota politicamente più pesante è che di questa enorme cifra si faranno carico esclusivamente i Paesi europei e il Canada. Gli Stati Uniti di Trump si sfilano dalla quota diretta del finanziamento bilaterale a Kiev, lasciando l’Europa da sola a gestire l’onere economico della resistenza ucraina.

Si tratta di una decisione che peserà inevitabilmente sui bilanci di Roma, nonostante Giorgia Meloni abbia voluto blindare l’asse diplomatico dell’area mediterranea sentendo al telefono il presidente turco Recep Tayyip Erdogan per coordinarsi sui dossier caldi della difesa comune e del Fianco Sud prima di atterrare ad Ankara. Il summit turco si trasforma così in un delicatissimo esame di maturità per l’Europa: schiacciata tra le pretese finanziarie della Nato, i costi del sostegno a Kiev e i post al vetriolo di un Donald Trump sempre meno incline a fare sconti agli alleati d’oltreoceano.

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