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L’illusione di Sinwar, il piano segreto per l’invasione su due fronti che Hezbollah ha frenato

Ariel Piccini Warschauer.

I documenti riservati di Hamas, recentemente venuti alla luce a Gaza, squarciano il velo sulla genesi e sulle reali ambizioni dell’attacco del 7 ottobre. Non doveva essere “solo” il tragico e brutale raid contro i kibbutz e le basi del sud di Israele che il mondo ha conosciuto. Nella mente di Yahya Sinwar, quel giorno doveva segnare l’inizio della fine dello Stato ebraico, l’innesco di una guerra d’annientamento su scala regionale. Ma il leader dell’ ala militare di Hamas ha fatto i conti senza l’alleato più importante: Hezbollah.

Le carte rinvenute dall’intelligence israeliana svelano anni di fitti, meticolosi preparativi condotti all’ombra del cosiddetto “Asse della Resistenza”. Un coordinamento trilaterale – tra Hamas, Hezbollah e i guardiani della rivoluzione iraniani (Pasdaran) – culminato nella creazione di una vera e propria sala operativa congiunta a Beirut. Una “war room” d’intelligence dove, per mesi, sono stati scambiati flussi di informazioni sensibili, mappe e dettagli operativi sulle stragi e i sequestri di persone contro civili israeliani inermi.

L’obiettivo strategico di Sinwar era chiaro e ambizioso: una manovra a tenaglia. Mentre le brigate Ezzedin al-Qassam avrebbero sfondato le barriere difensive attorno alla Striscia di Gaza, le forze d’élite di Hezbollah – i temuti commando della Forza Radwan – avrebbero dovuto lanciare simultaneamente un’invasione di terra nel nord, penetrando nella Galilea per occupare villaggi e postazioni militari israeliane. Una dottrina della “convergenza dei fronti” che avrebbe dovuto mandare in tilt il sistema di comando e controllo delle IDF, costringendo Israele a combattere su due linee di fuoco principali, oltre a quella interna della Cisgiordania.

Tuttavia, i documenti rivelano anche il momento esatto in cui questo disegno strategico è crollato, trasformandosi in una drammatica scommessa solitaria. C’è un istante preciso in cui Sinwar realizza che Hassan Nasrallah non guiderà i suoi uomini nel massacro simultaneo. Hezbollah ha sì attivato il fronte settentrionale, ma lo ha fatto con il freno a mano tirato: una guerra di logoramento a bassa intensità, fatta di lanci di razzi e droni, per “solidarietà”, ma senza varcare il Rubicone dell’invasione di terra.

Perché Nasrallah ha esitato? Le ragioni risiedono probabilmente nel calcolo politico del leader sciita e di Teheran, non disposti a sacrificare l’intero arsenale strategico libanese per un’operazione di cui Hamas, per motivi di segretezza e per incassare il primato storico della mossa, non aveva condiviso l’esatta tempistica fino all’ultimo momento. Sinwar ha cercato di forzare la mano ai suoi alleati, convinto che una volta versato il primo sangue, l’Asse non avrebbe potuto fare a meno di seguirlo fino in fondo.

L’analisi di queste carte dimostra quanto il Medio Oriente sia andato vicino a una fiammata nucleare-convenzionale ancora più devastante di quella attuale. Ma dimostra anche le crepe strutturali e le diffidenze reciproche che minano l’alleanza tra Teheran, Beirut e Gaza. Sinwar voleva la guerra totale; ha ottenuto l’isolamento tattico, trascinando la sua stessa striscia in un baratro di distruzione, mentre il grande alleato a nord è rimasto a guardare dal confine, calibrando il colpo per non farsi travolgere.

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