L’appello di Sinistra Italiana al presidente Coppini: “Sullo scippo del Monte dei Paschi rompa il silenzio la Fondazione”
Fiorino Pietro Iantorno*.
Un tempo un’operazione bancaria come quella che sta vivendo oggi il Monte dei Paschi di Siena avrebbe provocato reazioni a catena nella politica, dibattiti nei territori e prese di posizione chiare da parte dei sindacati. Un tempo oramai lontano, quando il gioco dell’economia era sì legato al mercato e alle sue regole, ma anche ai territori di riferimento. Erano gli anni in cui il capitalismo italiano manteneva un legame almeno civico con le sue città: il gioco della finanza aveva la sua capitale — Milano — ma c’erano anche Torino, Genova, Bologna, Trieste, Roma. E c’era Siena.
Questo legame economico-politico aveva le sue storture, ma anche dei benefici reali: un capitalismo costruito rafforzando i ceti medi e imprenditoriali, fatto di denaro più legato al lavoro che alla speculazione finanziaria. L’affermarsi del paradigma neoliberista ha cancellato quel modello in tutte le città italiane con una tradizione creditizia. A Siena la distruzione è avvenuta in modo drammatico, con un’accelerazione che ha sconvolto la città e lasciato macerie su cui ancora dobbiamo fare luce. Con il distacco che il tempo consente, possiamo affermare che le responsabilità erano condivise da molti soggetti politici — non tutti — uniti da legami trasversali che andavano oltre i credi e le bandiere. Non c’è dubbio che quel modello non può più essere riproposto, ma non si può rinunciare a riflettere sulla Banca MPS in modo articolato.
MPS oggi: una partita che non ci appartiene
Se oggi il Monte dei Paschi è al centro di una delle operazioni più significative del capitalismo bancario italiano ed europeo, è perché in questi anni la Banca è stata risanata. Ma chi ha pagato il prezzo di quel risanamento sono stati i lavoratori e le lavoratrici, i piccoli azionisti, i correntisti storici — e la città intera. Proprio mentre dipendenti accettavano contratti peggiorativi, esodi incentivati e riorganizzazioni pesanti, e mentre gli azionisti entrati nei momenti difficili registravano perdite, negli ultimi mesi si è consumato un trasferimento di ricchezza di segno opposto: fondi internazionali e grandi famiglie del capitalismo italiano hanno realizzato plusvalenze significative, beneficiando di un titolo tornato a correre dopo anni di sacrifici altrui. È la logica del capitalismo finanziario nella sua fase più matura e più cruda— chi ha il capitale e la pazienza raccoglie; chi ha pagato con il lavoro o con i risparmi resta a guardare.
Questo esito solleva una domanda che non può restare senza risposta: il Ministero dell’Economia e delle Finanze, azionista di riferimento per anni, ha avuto un disegno complessivo? Un piano che conciliasse il necessario risanamento con la costruzione di un terzo polo bancario nazionale e con la tutela degli interessi del territorio senese? Guardando i risultati, è lecito dubitarne. Quello che appare è una gestione per fasi successive, ciascuna rispondente all’urgenza del momento, senza una visione strategica capace di tenere insieme tutte le variabili in gioco. Il territorio è rimasto fuori dall’equazione dall’inizio.
Quello a cui assistiamo ora è il funzionamento tipico di questo sistema: a livello europeo si va verso la costruzione di pochi grandi soggetti che controllano ampie fette del credito, legati fra loro da architetture societarie difficilmente comprensibili ai profani. In questo scacchiere i carri armati sacrificabili senza preoccupazione sono gli interessi dei lavoratori del settore bancario e quelli dei correntisti — cioè di tutti e tutte noi. Le alleanze si compongono e si scompongono in base all’interesse di pochi grandi azionisti, in un gioco in cui il territorio non è un valore ma una variabile irrilevante.
«C’è stato un tempo in cui un’operazione come questa avrebbe scosso la politica locale. Oggi regna il silenzio — e questo silenzio non è prudenza, è resa. Non facciamo il tifo per nessuno degli schieramenti in campo, perché in nessuno degli scenari possibili i vincitori siamo noi — non i lavoratori di MPS, non le famiglie, non gli imprenditori del nostro territorio», afferma Fiorino Pietro Iantorno, segretario cittadino di Sinistra Italiana.
Il silenzio delle istituzioni
Con questa operazione si prende atto che il legame del Monte dei Paschi con la città si chiude. L’ipotesi, sempre più concreta, dell’eliminazione del nome “Siena” dal brand non è un dettaglio comunicativo: è il segno ultimo della fine di una storia. Su questo la Fondazione MPS — unico soggetto senese con voce formale nella governance della Banca — ha il dovere di rompere il silenzio. Non si tratta di diritti legali: il marchio “Monte dei Paschi di Siena” è un asset aziendale che la Banca può cedere e ridisegnare senza chiedere il consenso di nessun soggetto senese, perché così fu stabilito dalla riforma bancaria del 1990-1995, che separòproprietà e gestione senza conservare alla comunità locale alcuna leva giuridica sulla propria istituzione creditizia storica. Ma proprio perché non esiste uno strumento legale, è ancora più urgente che esista una voce politica e morale. La Fondazione può e deve esprimere pubblicamente la propria contrarietà all’eliminazione del riferimento a Siena, esercitare pressione mediatica, coinvolgere le istituzioni locali e regionali. Il silenzio, in questo caso, non è neutralità: è complicità con chi decide che il nome di questa città non vale più nulla sul mercato.
Cosa chiediamo
Come Sinistra Italiana chiediamo che si apra una discussione pubblica reale su cosa significa questa operazione per il territorio: per i livelli occupazionali, per l’accesso al credito delle famiglie e delle piccole imprese, per il ruolo che Siena potrà ancora avere nel sistema bancario che si sta ridisegnando. Chiediamo che le istituzioni locali — tutte – smettano di attendere istruzioni e comincino a fare quello che dovrebbero fare: rappresentare i cittadini e difendere questo territorio. E’ necessario che i sindacati bancari siano interlocutori centrali di questa discussione, non comprimari silenziosi.
Ma c’è una questione più profonda che questa vicenda porta alla luce, e che riguarda Siena come comunità. Per troppo tempo la città ha guardato al Monte dei Paschi come a un’istituzione propria — un patrimonio da proteggere in quanto senese, indipendentemente da come veniva gestito e da chi ne beneficiava. Questo approccio autoreferenziale ci ha resi vulnerabili e, alla fine, ci ha lasciati soli. Siena non può permettersi di continuare a ripiegarsi su se stessa. La città deve tornare a essere un attore reale del territorio più vasto: della provincia, del sud della Toscana, di un’area che ha bisogno di una presenza bancaria e creditizia radicata, di infrastrutture, di politiche industriali condivise. La partita non si gioca solo dentro le mura. Si gioca con Grosseto, Arezzo, con l’Amiata, con la Val d’Orcia, con le aree interne che rischiano di restare indietro in ogni scenario possibile.
Il Monte dei Paschi è stato risanato, ma a pagarne il prezzo sono stati i lavoratori e Siena. Ora la Banca torna protagonista del riassetto finanziario europeo — e chi ha speculato al momento giusto ha incassato. Noi restiamo con meno occupazione, meno credito, e presto forse nemmeno più il nome della nostra città su una banca. Chiediamo che le istituzioni senesi smettano di aspettare e comincino finalmente a difendere questo territorio — non solo Siena, ma tutto il sud della Toscana».
Il capitalismo finanziario europeo si ricompone, e il Monte dei Paschi torna al centro del riassetto. Ma non Siena: ridotta a periferia della Toscana, dell’Italia e dell’Europa — a meno che non decida, finalmente, di smettere di esserlo.
*Fiorino Pietro Iantorno del circolo di Siena di Sinistra Italiana





