La terra trema di nuovo nel corridoio che unisce Tel Aviv e Teheran
Ariel Piccini Warschauer.
La terra trema nuovamente nel corridoio che unisce Tel Aviv e Teheran. Nella notte, le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno sferrato un massiccio attacco aereo contro obiettivi strategici all’interno del territorio iraniano, rompendo gli indugi e aprendo una nuova, pericolosissima fase del conflitto. L’operazione della scorsa notte giunge in risposta diretta al pesante sbarramento di missili balistici che la Repubblica Islamica aveva lanciato domenica contro il centro e il nord di Israele – il primo attacco di questa portata dal mese di marzo, innescato dai raid israeliani su Beirut del fine settimana.
Il blitz aereo dei caccia con la stella di David è scattato all’alba, scontrandosi con la ferma contrarietà della Casa Bianca. Secondo fonti diplomatiche, il presidente statunitense Donald Trump aveva esplicitamente chiesto al premier Benjamin Netanyahu di evitare una contro-rappresaglia, nel tentativo di congelare una spirale di violenza che rischia di durare «per i prossimi tremila anni». Un monito rimasto inascoltato: i caccia israeliani, coordinati direttamente dal bunker comando dell’aeronautica (IAF) alla presenza del Capo di Stato Maggiore Eyal Zamir, hanno colpito oltre quindici obiettivi sensibili nell’Iran occidentale e centrale, inclusi impianti di produzione di droni e l’aeroporto internazionale di Teheran.
Per ore l’attenzione internazionale si è concentrata sulla natura degli obiettivi. L’ambasciatore israeliano negli Stati Uniti, Yechiel Leiter, ha cercato di disinnescare il panico sui mercati globali chiarendo che l’aviazione ha preso di mira esclusivamente «siti di lancio di missili terra-terra e infrastrutture militari, senza toccare il settore energetico ed estrattivo».
Tuttavia, fonti interne all’Iran e rilanciate dall’agenzia ufficiale Fars confermano che un missile israeliano ha centrato e parzialmente danneggiato l’impianto petrolchimico di Karun, situato nei pressi della città sud-occidentale di Bandar-e-Mahshahr, nella provincia strategica del Khuzestan. Un dettaglio confermato successivamente dalle stesse IDF via social e che rischia di far saltare i fragili canali di comunicazione diplomatica.
Mentre l’incubo di una guerra regionale totale si fa sempre più concreto, il Corpo delle Guardie della Rivoluzione Islamica (i Pasdaran) ha diffuso una nota perentoria, dichiarandosi «pronto a qualsiasi scenario e a operazioni su vasta scala su tutti i fronti». In Israele la tensione resta altissima: il fine settimana ha lasciato sul campo due soldati dell’IDF uccisi e quattro feriti nei duri scontri al confine con il Libano, e la popolazione del nord si trova nuovamente a fare i conti con gli allarmi anti-aereo. Per le 11:00 di questa mattina è stata convocata d’urgenza la riunione del Gabinetto di Guerra israeliano per valutare le contromisure all’ultimo fuoco di sbarramento missilistico iraniano registrato nelle prime ore di lunedì.
Nel frattempo, le diplomazie del Golfo si sono attivate nel tentativo disperato di gettare acqua sul fuoco. Il primo ministro del Qatar, Mohammed bin Abdulrahman Al Thani, e il ministro degli Esteri saudita, il principe Faisal bin Farhan Al Saud, hanno avuto un lungo colloquio telefonico nelle prime ore del mattino. L’obiettivo dell’asse Doha-Riad è coordinare una mediazione d’urgenza tra Washington e Teheran per imporre una de-escalation immediata. Una missione che appare tuttavia in salita: la Casa Bianca, per bocca di fonti vicine all’agenzia Axios, ha già preso le distanze dall’azione israeliana a Beirut di questo fine settimana m, sottolineando di non aver mai dato il «semaforo verde» alle operazioni che hanno innescato questa drammatica reazione a catena.





