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Il cambio di passo, la Toscana dai Medici ai Lorena

Luciano Luciani.

I Medici, intesi come famiglia le cui vicende si intrecciano, come carne e sangue, con la storia di Firenze e della Toscana, si estinguono nel 1737 con Gian Gastone, fratello del suo predecessore Cosimo III (1670-1723). Un lungo crepuscolo durato quasi settant’anni, meglio una lunga agonia: “Cosimo III affliggeva Firenze con le manie religiose del suo povero cervello squilibrato; Gian Gastone era un autentico degenerato, privo altrettanto di prole  che di energie fisiche e morali” (Spini).

Bigotto Cosimo, vizioso il suo successore. L’uno e l’altro inadatti, incapaci di rapportarsi a una politica europea, che, in quella prima metà del XVIII secolo con tre conflitti continentali, conosceva tumultuose ridefinizioni territoriali, politiche, amministrative. La guerra di successione polacca vedrà la Toscana, il Granducato, assegnato a Francesco III Stefano di Lorena, marito di Maria Teresa d’Austria e, qualche anno più tardi, destinato al trono imperiale. Francesco, però, prima Granduca e poi imperatore alla morte di Carlo VII, risiede per nove mesi a Vienna e soltanto tre a Firenze. È austriaco, più austriaco che toscano. L’inizio e i primi anni delle relazioni di Firenze e della Toscana con gli Austriaci non sono esaltanti: Firenze non è più una capitale, ma la sede di una reggenza. Tedeschi gli amministratori, gli interessi toscani dovevano sottomettersi ai superiori interessi asburgici. La Toscana è una provincia austriaca ed è chiamata a concorrere alla potenza comune, l’Impero, fornendo, come avviene nella Guerra dei Sette anni, denaro e uomini.

La speranza dell’autonomia toscana troverà, però, alimento nel 1765 quando diventa  Granduca col nome di Pietro Leopoldo, il figlio di Maria Teresa e di Francesco.

Appena diciannovenne, manifesta una forte personalità, una seria preparazione intellettuale di stampo illuministico e, cosa che non guasta, i tratti di una severa concezione morale.

Pietro Leopoldo I, Granduca di Toscana, si stabilisce a Firenze nel 1765 e inizia un vasto, organico e articolato programma di riforme, trasformando in un quarto di secolo, uno Stato marginale in un Paese avanzato e moderno. Questo in polemica col fratello Giuseppe, imperatore d’Austria, per il quale era più importante “guardare al trono e dimenticare i rami… sollevare la monarchia austriaca, rendendola capace di proteggerci, che rasciugare tutte le Maremme della Toscana”. È evidente il tono di rimprovero dell’imperatore nei confronti dell’autonomia toscana e la politica di riforme, materiali e morali, avviate da Pietro Leopoldo. Spirito illuministico e pratico, promosse la bonifica delle aree paludose della Maremma e della Val di Chiana, e per consolidare tali riforme appoggiò lo sviluppo dell’Accademia dei Georgofili; provvide a riformare le strutture dello Stato, la cui direzione venne affiata a quattro dicasteri: Esteri, Interni, Guerra e Finanza. I titolari costituivano un Consiglio di Stato, un Consiglio dei Ministri, retto da un presidente, Pompeo Neri. Il sovrano si riservava il supremo controllo, mentre i suoi sudditi potevano rivolgersi direttamente a lui. Erede della tradizione aristocratica dell’assolutismo, Pietro Leopoldo è un convinto assertore della concezione asburgica del potere: il sovrano è il primo funzionario dello Stato, responsabile del buon andamento dell’amministrazione. Si intrecciano, nella sua esperienza di governo, la cultura illuministica, un paternalismo d’antico stampo e il dovere del sovrano di curare il benessere dei sudditi. A tale scopo il Granduca procede a una riforma amministrativa e finanziaria capace di semplificare la selva caotica delle mille e mille autonomie, dei particolarismi, dei privilegi delle magistrature generalmente declinati in senso classista/aristocratico. Pietro Leopoldo e i suoi intervengono razionalizzando, ottimizzando, risparmiando e sostituendo alle prerogative di sangue, quelle di proprietà, favorendo un’evoluzione dal regime aristocratico verso un regime borghese. “Cittadini e campagnoli, abitanti della capitale e delle città minori, patrizi e borghesi (tutti) erano chiamati a sostenere gli stessi obblighi tributari e ad amministrare il patrimonio pubblico in nome dell’interesse comune senza discriminazioni di sorta”(Valsecchi). Questa lo spirito con il quale Pietro Leopoldo procede a una profonda trasformazione delle strutture politico-amministrative della società toscana in quella che gli storici hanno individuato come una straordinaria stagione riformatrice.

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