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I fatti da accertare presentati come verità rivelate

Raffaele Marmo sul Quotidiano Nazionale riflette sul caso Minetti e in particolare sul tentativo di coinvolgere il presidente della Repubblica. Non c’è e non c’è mai stato un caso Mattarella. C’è, semmai, un caso che potremmo battezzare “la grazia e il veleno“, un caso di un presunto scoop giornalistico diventato di fatto ordigno politico e poi esploso in mano a chi pensava di poter colpire, con un solo colpo, il Quirinale, il governo e il ministro Carlo Nordio.

La nota della Procura generale di Milano sulla vicenda della grazia a Nicole Minetti, però, rimette le cose al loro posto: le notizie di stampa dalle quali era nato il supplemento di verifica chiesto con forza dal Colle “non corrispondono al vero”. Né “sono emersi fatti in contrasto con il quadro probatorio già acquisito”. Dunque, la grazia concessa dal Capo dello Stato a Minetti non appare il frutto di una leggerezza né di un cedimento né di una disinvoltura istituzionale. Appare per quello che era: un atto di clemenza fondato su ragioni umanitarie, istruito adeguatamente dagli uffici competenti e sottoposto ai pareri previsti.

Sergio Mattarella non ha “protetto” nessuno. Ha protetto le istituzioni. E lo ha fatto nel modo più severo: non chiudendo la porta, non rifugiandosi nel silenzio del Colle, ma chiedendo che ogni elemento fosse verificato. Quella richiesta urgente al ministero della Giustizia, oggi, va letta per ciò che è stata: una mossa sacrosanta, quasi chirurgica, per togliere al sospetto la maschera della verità e costringere il presunto scoop a misurarsi con gli atti. La grazia, nella nostra architettura costituzionale, non è un favore politico: è un potere altissimo, eccezionale, fondato sulla responsabilità e sulla pietà civile.

Il punto politico è netto. Perché chi ha offerto quella rappresentazione non ha soltanto sbagliato bersaglio. Ha di fatto prodotto, oggettivamente, l’effetto di trascinare la Presidenza della Repubblica dentro una palude, tanto più in presenza della materia più delicata che esista — un provvedimento di grazia, la salute di un minore, la riservatezza familiare — che si è rivelata come carburante di una delegittimazione ampiamente diffusa sui social. E chi, dall’opposizione, si è precipitato a chiedere la testa di Nordio prima ancora che le verifiche fossero concluse, dovrebbe almeno avere il pudore di riconoscere l’imprudenza politica e istituzionale compiuta.

Non si tratta di negare il diritto di cronaca. Tutt’altro. Si tratta di ricordare che il diritto di cronaca non è licenza di rappresentare presunti fatti tutti da accertare, come abbiamo visto, come verità rivelate. Tanto più in presenza di coincidenze che meritano qualche domanda.

Mattarella, però, non si è scomposto e ha fatto ciò che un Capo dello Stato deve fare: ha lasciato parlare gli atti. Altri, invece, nell’agone politico e mediatico, hanno fatto ciò che troppo spesso avvelena la vita pubblica italiana: hanno trasformato un’ombra in sentenza, un’indiscrezione in arma, una vicenda umanitaria in clava contro il governo. Ora, però, che la Procura generale ha parlato, la responsabilità cambia indirizzo. Non è più sul Colle. Non è più su via Arenula. È su chi ha acceso il fuoco e su chi ci ha soffiato sopra.

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