Il report della Difesa israeliana, l’export di armi vola a 19 miliardi
Ariel Piccini Warschauer.
Più lunghe, più logoranti e radicalmente diverse dal passato. Le guerre lampo che hanno storicamente caratterizzato la strategia militare di Israele appartengono ormai ai libri di storia. Oggi, i vertici del ministero della Difesa di Tel Aviv tracciano il bilancio di un Medio Oriente profondamente mutato dopo il conflitto aperto con l’Iran, delineando un “cambio di paradigma” destinato a ridefinire gli equilibri geopolitici e industriali della regione.
Eppure, a fronte di uno scenario di instabilità permanente, i vertici della sicurezza israeliana ostentano sicurezza su due fronti: la crescita dell’influenza diplomatica di Israele sui vicini arabi e il boom senza precedenti dell’industria bellica nazionale.
Secondo fonti qualificate della Difesa israeliana, la fine delle ostilità dirette con Teheran lascerà sul terreno una certezza: l’influenza di Israele sugli Stati arabi moderati è destinata a crescere. Si tratta, ammettono gli analisti, di un percorso segnato da profonde contraddizioni. Da un lato, le monarchie del Golfo vedono in Tel Aviv l’unico scudo militare concreto in grado di proiettare una forza deterrente contro l’espansionismo iraniano; dall’altro, temono l’emergere di un’egemonia israeliana assoluta nella regione.
Il vero spartiacque per l’allargamento degli Accordi di Abramo — con il miraggio della normalizzazione dei rapporti con l’Arabia Saudita, da sempre considerata il “gioiello della corona” della diplomazia mediorientale — dipenderà da come si depositerà la polvere del conflitto.
A complicare il quadro geopolitico non ci sono però solo i rapporti con Tel Aviv. I fari della Difesa israeliana sono puntati sulle crescenti crepe interne al fronte arabo, plasticamente rappresentate dalle forti tensioni tra Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita. Le due potenze sono ormai in aperto contrasto su economia, gestione della sicurezza e finanche sulle strategie energetiche, una faglia geopolitica che si riflette anche sulle rispettive posizioni verso Israele.
Se la diplomazia naviga a vista, l’industria della difesa israeliana viaggia a ritmi da record. Tel Aviv ha polverizzato ogni precedente primato, registrando nel settore dell’export militare la cifra monstre di 19,22 miliardi di dollari (un balzo del 30% rispetto ai 14,79 miliardi del 2024 e ai 13,07 del 2023). “Il successo commerciale senza precedenti deriva dall’efficacia sul campo (battle-proven) che le Forze di Difesa Israeliane (IDF) hanno dimostrato durante le ultime, drammatiche campagne militari”, spiegano fonti del ministero. Il mercato nordamericano, quello asiatico e lo stesso Medio Oriente hanno trainato la domanda. Discorso diverso per l’Europa, dove i dati registrano una frenata. Una flessione che la Difesa israeliana declassa a “fisiologico assestamento” dopo i picchi degli anni precedenti (legati alla maxi-commessa del sistema di difesa aerea Arrow), ma che risente anche dei segnali politici contrastanti inviati da diverse capitali europee, Parigi in testa, scettiche sulla gestione delle guerre a Gaza, in Libano e contro l’Iran.
La consapevolezza che i conflitti futuri saranno lunghi e ad alta intensità ha spinto il Direttore Generale del Ministero della Difesa, il generale Amir Baram, a ridisegnare la strategia di approvvigionamento interna. Israele sta investendo massicciamente per raggiungere l’indipendenza tecnologica e produttiva: non solo droni e cyber-intelligence, ma anche un ritorno alla produzione industriale di massa di armi “pesanti” tradizionali, come carri armati, bombe e munizioni. Per accelerare la produzione, i siti industriali della difesa hanno visto l’ingresso straordinario di lavoratori stranieri e una drastica semplificazione burocratica.
Tuttavia, le sfide per il futuro non mancano. Nel mercato globale della Difesa è apparso un nuovo, temibile concorrente: l’Ucraina. Il conflitto contro la Russia ha trasformato Kyiv in uno dei centri più innovativi e tecnologicamente avanzati al mondo, con armamenti testati sul campo che insidiano il primato israeliano. Inoltre, la militarizzazione intrapresa dai Paesi europei negli ultimi anni ha spinto molte nazioni a sviluppare l’industria locale: pur riconoscendo la superiorità di alcuni prodotti israeliani, l’Europa tende oggi a preferire soluzioni interne, ritenute “sufficientemente buone” e decisamente più economiche.
Sullo sfondo restano le polemiche interne sulla gestione economica dei fondi di guerra. Il Ministero della Difesa ha dovuto fare i conti con un bilancio inferiore alle richieste (143 miliardi di shekel contro i 173 preventivati), aggravato dal fatto che i piani finanziari si basavano sull’assunzione che il cessate il fuoco con l’Iran avrebbe spento anche il fronte nord.
La realtà si sta dimostrando diversa: le operazioni in Libano contro Hezbollah proseguono ad alta intensità, mentre la morsa dell’IDF è tornata a stringersi nella striscia di Gaza con mirate operazioni d’intelligence contro i leader di Hamas. La stabilità, per la regione, resta ancora un miraggio lontano.





