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Che cosa ci lascia Artemis II

Massimo Carpinelli*.

11 aprile 2026, ore 20:07 della costa orientale degli Stati Uniti. A qualche decina di chilometri da San Diego, sotto tre grandi paracadute bianchi e arancio, la capsula Orion — battezzata Integrity dai suoi stessi passeggeri — tocca le acque del Pacifico a poco più di trenta chilometri all’ora, dopo aver attraversato in dieci giorni circa un milione e centotrentamila chilometri di spazio. A bordo ci sono quattro astronauti, tre americani e un canadese: Reid Wiseman, Victor Glover, Christina Koch e Jeremy Hansen. Sono i primi esseri umani ad aver superato l’orbita terrestre bassa dal dicembre del 1972, quando Eugene Cernan lasciò la sua ultima orma nella valle di Taurus-Littrow, ai margini del Mare della Serenità, e promise che un giorno saremmo tornati. La promessa, con un ritardo di cinquantaquattro anni dovuto molto più alla politica che alla tecnologia, è stata infine mantenuta: Artemis II, prima missione con equipaggio del programma lanciato dalla NASA per riportare astronauti sulla Luna, si è conclusa con quello che l’agenzia ha definito un rientro “da manuale”. Forse altri missili, quelli che stanno portando morte nelle troppe guerre che il mondo sta osservando, hanno distratto il grande pubblico da questo evento. Il 1° aprile, dal Kennedy Space Center in Florida, lo Space Launch System aveva acceso i suoi motori; dieci giorni dopo, al termine di un’elegante traiettoria a otto che li ha portati fino a circa 406.800 chilometri dalla Terra — più lontano di qualsiasi altro essere umano prima, superando il record stabilito dall’equipaggio di Apollo 13 nel 1970 —, i quattro astronauti sono stati recuperati dalla nave anfibia U.S.S. John P. Murtha e hanno attraversato sulle proprie gambe il ponte di volo, in condizioni sorprendentemente buone, per raggiungere l’infermeria di bordo. Il picco di velocità raggiunto durante il rientro, quasi quarantamila chilometri all’ora, e i sei minuti di blackout radio mentre la capsula attraversava gli strati più densi dell’atmosfera, raccontano da soli la differenza abissale fra un volo sulla Stazione Spaziale Internazionale e un ritorno dalla Luna. Orion, la capsula, è leggermente più grande del modulo di comando dell’Apollo — cinque metri di diametro contro i tre metri e novanta di allora — e può ospitare quattro astronauti invece di tre; il suo scudo termico deve resistere, durante il rientro, a temperature di circa 2800 gradi. Il modulo di servizio, cuore del sistema perché contiene motori, energia elettrica e supporto vitale, è invece europeo: l’ESM (European Service Module) è costruito sotto la responsabilità dell’Agenzia Spaziale Europea con un importante contributo industriale anche del nostro Paese, ed è la prima volta che un sistema critico per un volo umano statunitense viene realizzato fuori dagli Stati Uniti.

Che cosa ha fatto, concretamente, questa missione? Dal punto di vista tecnologico, molto e poco insieme. Molto, perché ha dimostrato che Orion è capace di sostenere la vita di quattro astronauti nel lungo viaggio fino al nostro satellite e di riportarli indietro sani e salvi; perché ha validato lo scudo termico, il cui comportamento leggermente anomalo durante il volo senza equipaggio di Artemis I nel 2022 era stato la principale causa dei ripetuti rinvii; perché ha raccolto una quantità straordinaria di dati su come i sistemi di supporto vitale, di propulsione e di comunicazione si comportano in condizioni che nessun laboratorio sulla Terra può riprodurre del tutto. Poco, perché — come osservato con un pizzico di ironia dall’Economist — “Sir Isaac Newton ha fatto buona parte del lavoro”: accesi i motori per la manovra di iniezione translunare, la traiettoria della capsula è stata fissata dalle leggi della gravitazione universale, e gli astronauti hanno viaggiato quasi come una pietra che cade. Le scoperte scientifiche, con ogni probabilità, saranno poche: non era quello il senso della missione. Ciò che l’equipaggio ha portato a casa è un’altra cosa, non meno preziosa. Passando sopra la faccia nascosta della Luna — quella che dalla Terra non si può mai vedere — gli astronauti hanno descritto un satellite pieno di colori, “fantasticamente colorato”, molto diverso dall’immagine grigia e piatta a cui siamo abituati nelle fotografie, e diverso anche dalla “magnifica desolazione” che Buzz Aldrin, secondo uomo a posare il piede sulla Luna dopo Armstrong, aveva colto nel luglio del 1969 dalla superficie del Mare della Tranquillità. Hanno osservato Mare Orientale come un gigantesco bersaglio scuro circondato da anelli di montagne — le increspature lasciate dall’impatto di un asteroide quasi quattro miliardi di anni fa —; hanno sorvolato crateri mai visti così da vicino, fra cui uno piccolo e fresco che l’equipaggio ha chiesto di intitolare Carroll, in memoria della moglie scomparsa del comandante Wiseman. Durante il viaggio sono stati spettatori persino di un’eclissi solare durata cinquantatré minuti, uno spettacolo impossibile da contemplare da qualsiasi punto del pianeta che avevano lasciato. Su di loro, naturalmente, pesavano anche molti primati simbolici: Koch è la prima donna ad essersi spinta oltre l’orbita bassa, Glover il primo afroamericano, Hansen il primo non statunitense. Primati che non cambiano la fisica della missione, ma che raccontano bene come questo programma, pur fra le sue contraddizioni e i suoi compromessi politici, cerchi di assomigliare nella composizione del suo equipaggio a tutta l’umanità che intende rappresentare.

Cosa ci aspetta ora? Qui le cose si fanno più incerte. L’amministratore della NASA ha annunciato un ridimensionamento della successiva missione, Artemis III, che invece di tornare sulla Luna come previsto resterà in orbita terrestre per esercitarsi nella delicata manovra di attracco con i moduli di atterraggio ancora in sviluppo. L’allunaggio vero e proprio slitta dunque ad Artemis IV, forse Artemis V, nel migliore dei casi entro il 2028: sei decenni dopo Apollo 17. Il ritardo nasce soprattutto dal fatto che i lander sono stati affidati a due aziende private, SpaceX e Blue Origin, secondo una logica di acquisto sul mercato anziché di sviluppo pubblico che ha vantaggi economici evidenti ma un costo in termini di controllo dei tempi. E nel frattempo la Cina, che punta a far allunare i propri astronauti entro il 2030 e che nell’estate del 2024 ha riportato sulla Terra i primi campioni prelevati dalla faccia nascosta della Luna con la missione Chang’e 6, non sta affatto rallentando. Il programma Artemis, del resto, prevede molto più di un allunaggio simbolico: una piccola stazione in orbita lunare, il Gateway, e una base permanente al polo sud della Luna, dove i crateri in ombra perenne conservano ghiaccio d’acqua, cioè idrogeno e ossigeno, cioè aria e carburante, cioè la possibilità di fare della Luna una stazione di servizio del Sistema Solare. La NASA ha stimato che una base di questo tipo potrebbe costare trenta miliardi di dollari nel prossimo decennio: cifra importante ma non stratosferica, dell’ordine di una singola grande infrastruttura pubblica del nostro continente, e certamente più sostenibile delle centinaia di miliardi dell’epoca di Apollo. È una nuova corsa alla Luna, dunque, ma non più bipolare come quella che oppose Stati Uniti e Unione Sovietica negli anni sessanta: è una corsa plurale, economicamente molto più articolata, scientificamente più ambiziosa, politicamente più complicata. Resta aperta la grande domanda, già sollevata tante volte e ancora senza risposta: a chi appartengono le risorse che troveremo lassù, e con quali regole le useremo? Il Trattato dello Spazio del 1967 dichiara la Luna patrimonio comune dell’Umanità; gli Accordi di Artemide provano ad aggiornarlo, ma Cina e Russia ne sono fuori e gli interessi privati corrono oggi più veloci del diritto internazionale. Ci sono vertigini di varia natura nell’alzare gli occhi al cielo, in questi giorni: quella del sogno e quella dei conti economici, quella della scienza e quella del potere.

Quando Kennedy nel 1962, in un celebre discorso alla Rice University, annunciò che gli Stati Uniti avrebbero portato un uomo sulla Luna entro la fine del decennio, disse che era una sfida scelta non perché facile, ma proprio perché difficile. Quell’impegno mobilitò risorse scientifiche e industriali straordinarie, cambiò la storia della tecnologia, e formò una generazione di giovani appassionati alle materie scientifiche, una di quelle ondate di curiosità intellettuale e di visione di lungo periodo che soltanto la ricerca di base, quando è difesa dalle contingenze della politica, riesce a produrre. In mezzo a tutto questo, ciò che resta più forte è ancora una volta l’immagine che gli astronauti — come già Bill Anders mezzo secolo fa con la sua fotografia di Earthrise, o come lo stesso Aldrin con la celebre orma nella polvere lunare — hanno rispedito a casa: la Terra vista da lassù, piccola, azzurra, sola. Qualcuno è tornato a guardarla da fuori, e ci ha ricordato com’è fatta. Non è una scoperta scientifica; è forse qualcosa di più utile. Uomini e donne straordinari, con coraggio, con abnegazione, con rigore scientifico, continuano a insegnarci quanto valga alzare gli occhi al cielo stellato e sognare, per qualche istante, di tornare a lasciare le nostre impronte lassù. Per il bene dell’Umanità.

*Massimo Carpinelli è direttore del centro Ego di Cascina (Pisa) ed ex rettore dell’università di Sassari

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