L’humanitas sarà pure magnifica ma in questo mondo non ci sa proprio stare
Antonio Del Prete sul Quotidiano Nazionale parla dell’intelligenza artificiale in relazione all’enciclica di papa Leone. Si cade soltanto dall’alto. Lo sappiamo da sempre. È per questo che le ali di Icaro si sciolgono e il cantiere di Babele si blocca. Ed è per questo che l’angelo più bello finisce agli inferi. Ambiziosi e paurosi, impauriti dalla nostra stessa ambizione. L’”humanitas” sarà pure “magnifica”, come scrive Leone XIV nella sua prima enciclica, ma in questo mondo non ci sa proprio stare. Troppe domande senza risposta. Da dove veniamo? Chi siamo? Dove andiamo? Se lo chiedeva Gauguin nel paradiso di Tahiti, la cui bellezza non era stata capace di salvare il suo piccolo mondo interiore.
Troppi limiti. Lo spazio, il tempo. Limiti che Dio non ha. Perciò ci affidiamo a lui. Perciò proviamo a somigliargli. E a liberarci di lui. Abbiamo sempre costruito strumenti per superare l’orizzonte. La ruota potenzia il passo, la stampa la memoria, il motore la forza, il computer la capacità di calcolo. Ogni invenzione è una protesi. Uno strumento. Un mezzo per il fine dell’affermazione umana.
L’intelligenza artificiale stravolge lo schema. Non perché prelude alla rivolta delle macchine evocata dai nostalgici del Millennium Bug. L’IA è un software. Raffinato, potentissimo, ma comunque un software. Un programma informatico, dunque, che pure laddove si fregia dell’attributo “generativa” non crea alcunché dal nulla: restituisce semplicemente una risposta probabilistica facendo leva su una mole sterminata di dati. Ma quei dati siamo noi. Ed è qui che si rovescia il paradigma: l’essere umano non è più solo il fine, è anche il mezzo.
C’è di più. L’accostamento contraddittorio tra le parole intelligenza e artificiale svela un altro cortocircuito. Non stiamo più soltanto estendendo una facoltà: stiamo costruendo qualcosa che simula ciò che per secoli abbiamo considerato il segno della superiorità umana rispetto agli altri esseri viventi: l’intelligenza, appunto. Ciò che ci rendeva a immagine e somiglianza di Dio. Talmente simili a lui da metterci in testa di creare una tecnologia a nostra immagine e somiglianza. Una tecnologia che ora, tuttavia, ci fa sentire meno brillanti, meno rapidi e perfino meno empatici di un telefono da quattro soldi.





