Il 2 giugno per non dimenticare da dove veniamo e in attesa di ripristinare il XX settembre
Roberto Pizzi.
Per la ricorrenza dell’Ottantesimo anniversario di quel referendum popolare (2 e 3 giugno 1946) che vide l’avvento della Repubblica dopo più di un ventennio di dittatura, il presidente Mattarella ha invitato ad essere orgogliosi della nostra Nazione, senza la quale non ci sarebbe che la rovina comune. “La Repubblica siamo noi”, ha detto rivolgendosi in particolare ai giovani , spronandoli a sentirsi “responsabili come la generazione che 80 anni fa costruì l’Italia moderna”.
Questa parola densa di significato porta con sé il richiamo alle “virtù repubblicane” che ci collegano, in prima battuta, alla storia della Francia e soprattutto a quella degli Stati Uniti dove il “repubblicanesimo” risale ai padri fondatori della Costituzione del diciottesimo secolo. Ma tale concetto affondava le radici ancora più lontano nel tempo, nelle città stato della Grecia e nella Roma dell’era repubblicana. Celebrava essenzialmente l’idea del dovere e delle virtù civili e il rifiuto dell’ingordigia e della corruzione. Il repubblicanesimo aveva una visione basata su una difesa intransigente delle libertà individuali, del rifiuto di ogni aristocrazia e sottolineava la virtù nella esecuzione dei doveri civici. Per Giuseppe Mazzini la Repubblica non era un semplice assetto istituzionale, ma un principio morale ed etico. Era la forma di governo in cui la sovranità apparteneva all’intero popolo unito, dove tutti i cittadini erano uguali e venivano chiamati a realizzare il progresso collettivo attraverso il dovere e l’associazione. La storia dell’umanità per il patriota genovese poteva dirsi racchiusa nella continua lotta del popolo contro il privilegio (siapolitico, o religioso, od economico).
Ma quanta fatica fu necessario per arrivare alla nostra Repubblica attuale, che per altro abbiamo ripreso a festeggiare solo nel 2001 grazie al presidente Carlo Azeglio Ciampi, il quale cancellò quell’obbrobrio della legge n. 54 del 5 marzo 1977, la quale aboliva il carattere non lavorativo agli effetti civili della festività fondante della Repubblica del 2 giugno 1946 e che fu chiamata legge “andreottiana”, dal nome dell’allora presidente del Consiglio. Forse non ci si rese conto della portata anti risorgimentale di tale legge, che avrebbe fatto rivoltare il popolo francese o americano se fosse stata adottata per sterilizzare la festa nazionale francese del 14 luglio o la celebrazione dell’Indipendence day. Tant’è che non è siamo ancora riusciti a sanare l’altro vulnus originato dal Concordato del 1929, che sostituì la festività del XX Settembre con quella della Conciliazione del 11 febbraio 1929. Ripercorriamo, comunque, l’ultimo percorso che ci ha portato all’avvento dell’attuale ordinamento istituzionale, tenendocelo stretto al cuore, se non altro “faut de mieux”, anche se Piero Calamandrei, sconfortato dall’introduzione nella Costituzione del 1946 dell’art. 7 che recepiva il Concordato, lo definì: “repubblica pontificia”. Dopo l’8 settembre del 1943 sarebbe avvenuta la spaccatura dell’Italia in due entità: il nord della Repubblica sociale, regime fantoccio sotto il tallone di Hitler; il Sud liberata dagli angloamericani che risalivano la penisola e il 25 aprile del 1945 liberavano del tutto l’Italia. La fuga del re che il 9 settembre abbandonava Roma, riparandosi a Brindisi, aveva provocato lo sdegno di gran parte della popolazione ed un’enorme ondata di entusiasmo repubblicano, specialmente nel Nord, si verificava alla fine della guerra, quando occorreva ricostruire un paese distrutto moralmente e materialmente.
I monarchici volevano rinviare la decisione di una variazione istituzionale, confidando che il trascorrere del tempo avrebbe lavorato a loro beneficio e che l’influenza dell’autorità e della tradizione sarebbe aumentata con l’attenuarsi dello shock della guerra. Nel nuovo governo i dirigenti democristiani e i liberali rappresentavano partiti divisi al loro interno. Il partito d’Azione, il Psi, il Pri e il Pci erano decisamente repubblicani, anche se i comunisti non avrebbero avuto esitazioni ad appoggiare un re, finché fosse stato utile al loro gioco. Durante la guerra, infatti , Palmiro Togliatti aveva appoggiato Vittorio Emanuele e il maresciallo Badoglio. Il governo Parri, che tendeva a far eleggere una Assemblea costituente per risolvere la questione (novembre 1945), subì forti attacchi da parte dei conservatori liberali del Sud. Idemocristiani scorsero la possibilità di ottenere la presidenza del Consiglio, che era loro sfuggita nel maggio precedente. Allora i comunisti, interessati ad un accordo con i cattolici (sia con la Chiesa che con la Democrazia Cristiana) ritirarono il loro appoggio e il governo Parri cadde. Nel dicembre 1945 fu costituito un nuovo governo presieduto da Alcide De Gasperi e formato dagli stessi partiti del precedente, eccetto il Partito d’Azione, ma l’equilibrio del governo si era spostato definitivamente a destra. De Gasperi non era personalmente un conservatore ma forti pressioni provenienti dal suo partito e dalla Chiesa lo costrinsero a muoversi in quella direzione. Il nuovo capo del governo, poco dopo il suo insediamento , annunciò che a partire dal 1° gennaio 1946 prefetti di carriera e capi di polizia avrebbero sostituito i funzionari nominati dal Cln e che, entro il 31 marzo 1946 sarebbe stato sciolto l’Alto Commissariato per le sanzioni contro il fascismo; le sue funzioni sarebbero state trasferite ai tribunali, i quali erano composti da giudici che per la maggiorparte erano stati in carica durante il periodo fascista. Fu una sorta di restaurazione condotta a termine con notevole rapidità. E non pochi dei funzionari che vennero insediati nell’apparato statale erano stati fascisti, o per convinzione, o per opportunismo e tutti potevano ringraziare i democristiani per essere stati salvati dall’epurazione.
Non per nulla, poi, il partito di De Gasperi divenne il principale beneficiario della loro gratitudine. Ma non fu il solo, perché anche l’estrema sinistra era disposta ad accogliere gli ex fascisti. In qualità di ministro della Giustizia, Togliatti avrebbe in seguito promosso una larga amnistia per i prigionieri politici e il partito comunista sarebbe riuscito ad attrarre alcuni ex fascisti, intellettuali e sindacalisti. Ad eccezione degli alti gerarchi, la maggior parte di coloro che avevano fatto carriera sotto il fascismo si accorse di avere ancora un futuro davanti a sé. Eclatante fu il caso del giurista Gaetano Azzariti il cui passato fu “smacchiato” dall’allora guardasigilli Togliatti. Pur avendo un passato fascista (era stato a capo del Tribunale della Razza istituito per la persecuzione degli Ebrei), dopo l’avvento della Repubblica, funominato membro della Corte costituzionale, diventandone, poi, il presidente. Al suo nome, dopo la guerra, venne addirittura intitolata una strada nel cuore di Napoli, vicino all’Università Federico II. Nel 2015, grazie al giornalista Nico Pirozzi che aveva riesumato il passato disdicevole di questo giurista, la strada venne intitolata a Luciana Pacifici (nata a Napoli il 28 /5/1943), di famiglia livornese, arrestata con tutta la famiglia in Lucchesia, dove era rifugiata presso alcuni parenti. Fu la più piccola bambina ebrea deportata dall’Italia e uccisa a Auschwitz: aveva solo otto mesi di vita. Il governo De Gasperi, infine, prese provvedimenti per la soluzione del problema istituzionale. Le forze monarchiche che si stavano riorganizzando tempestarono la Commissione alleata di richieste di rinvio del referendum, ma essa rifiutò, lasciando la scelta al governo italiano: ufficialmente gli Alleati rimasero neutrali (gli inglesi erano tendenzialmente più favorevoli alla monarchia, al contrario degli americani). Il 10 maggio 1946 i monarchici persuasero il re Vittorio Emanuele III ad abdicare in favore del figlio, Umberto II, mentre la Chiesa appoggiava apertamente la loro causa.
L’alternativa tra monarchia e repubblica si trasformò in alternativa fra monarchia e comunismo tra cristianesimo e comunismo. Il giorno precedente al referendum lo stesso papa Pio XII si rivolse al popolo italiano facendo appello ai votanti perché scegliessero tra il materialismo e il cristianesimo, tra i sostenitori e i nemici della civiltà cristiana. Nel contesto della campagna elettorale, sarebbe stato difficile fraintendere il senso di questo appello. Le elezioni furono fissate per il 2 giugno del 1946. Il popolo fu chiamato alle urne per scegliere, attraverso il referendum, fra la Monarchia e la Repubblica e contemporaneamente per eleggere i membri dell’ Assemblea costituente che avrebbe dovuto redigere una nuova costituzione. Per la prima volta nella storia d’Italia avrebbero votato anche le donne. Non senza avere suscitato i timori anche dei partiti della sinistra, per la posizione tradizionalista di molte italiane, attratte dallo sfarzo e dallo snobismo della monarchia e dell’aristocrazia, e in genere sensibili all’influenza dei preti. Le elezioni rivelarono le profonde divisioni esistenti in seno alla popolazione. La repubblica ottenne il 54% dei voti contro il 46%: 12.717.923 voti contro 10.719.284; ma il Sud aveva sostenuto con forza la causa monarchica e solo nel Centro e nel Nord la repubblica aveva ottenuto un deciso appoggio. Per alcuni giorni, Umberto sembrò voler gettare il paese in una crisi molto seria, sostenendo che vi erano state delle irregolarità procedurali nelle votazioni. Ma non riuscì ad ottenere l’appoggio della Commissione alleata e il presidente del Consiglio De Gasperi gli ingiunse di lasciare il paese. La minaccia venne meno, e Umberto, re per tre settimane (fu chiamato “re di maggio”), andò in esilio in Portogallo. La casa Savoia pagò cosi gli errori commessi da Vittorio Emanuele III dal 1922 al 1946.





