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Narcotraffico e riciclaggio, la holding di Hezbollah che raccoglie 600 milioni all’anno dalle reti del crimine

Ariel Piccini Warschauer.

Non più solo una milizia arroccata nel sud del Libano, e nella capitale Beirut, né un semplice attore politico e paramilitare regionale. Hezbollah è oggi una vera e propria holding criminale globale, capace di muovere una fortuna che oscilla tra i 400 e i 600 milioni di dollari all’anno. Risorse enormi, sotterranee, che non arrivano dai canali statali di Teheran ma dal traffico internazionale di stupefacenti, dal contrabbando di diamanti e dal riciclaggio di denaro sporco.

I dati, che ridisegnano la mappa del finanziamento al terrore, emergono dal rapporto “Economia del terrorismo: attori, finanziamenti, reti, infrastrutture e responsabilità”, curato da Emanuele Ottolenghi, Senior Research Fellow del Center For Research on Terror Financing (Centef). Lo studio è stato presentato al Teatro Franco Parenti di Milano nel corso di un convegno organizzato dall’associazione Setteottobre, un momento di analisi che ha visto l’intervento, tra gli altri, del presidente e fondatore dell’associazione Stefano Parisi.

Il salto di qualità: terroristi come broker globali

L’elemento più allarmante evidenziato dal rapporto è il salto di qualità compiuto dalle sigle del terrore, diventate ormai indispensabili “colletti bianchi” per la criminalità organizzata tradizionale. Hezbollah, in particolare, si è specializzato nel ruolo di intermediario finanziario globale. Sfruttando la propria presenza radicata in diverse aree del mondo — storicamente nel cortile di casa dell’America Latina, nella cosiddetta Triple Frontera tra Argentina, Brasile e Paraguay — l’organizzazione libanese offre servizi di logistica e lavaggio di capitali ai grandi cartelli transnazionali del narcotraffico.

«Da decenni Hezbollah è coinvolto in operazioni di traffico di droga, diamanti da conflitto, zanne d’elefante, armi e riciclaggio», ha spiegato Ottolenghi durante la presentazione. Quello che una volta era un collateralismo occasionale si è trasformato in una sinergia strutturata: i cartelli sudamericani vendono la droga e accumulano contanti; i broker del “Partito di Dio” ripuliscono i profitti attraverso complessi sistemi di compensazione commerciale (Trade-Based Money Laundering) e canali bancari informali. In cambio, trattengono percentuali milionarie che vanno a finanziare l’arsenale missilistico e le attività terroristiche in Medio Oriente.

Il network che tocca l’Europa (e l’Italia)

Le ramificazioni di questa rete non risparmiano il Vecchio Continente. Il rapporto del Centef accende i riflettori sulla capacità di Hezbollah di offrire i propri servizi di intermediazione e pulizia dei capitali anche in Europa, Italia inclusa. Sfruttando le maglie larghe del commercio internazionale e comunità di riferimento insospettabili, le cellule logistiche del gruppo riescono a muoversi sotto i radar delle autorità finanziarie europee.

L’obiettivo del convegno milanese, come sottolineato da Stefano Parisi, è proprio quello di richiamare l’attenzione dei decisori politici e delle intelligence occidentali su questo legame a doppio filo tra mafie e terrorismo. Se un tempo la lotta al terrorismo si concentrava sul tracciamento dei fondi statali o delle donazioni ideologiche, oggi la sfida si sposta sul terreno del contrasto al crimine organizzato comune. Recidere i flussi finanziari derivanti dal narcotraffico e dal contrabbando non è più solo una questione di ordine pubblico, ma una priorità di sicurezza nazionale per l’intero Occidente.

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