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Attivisti della Flotilla fermati in Libia, trasferiti a Bengasi e trattati come clandestini

Ariel Piccini Warschauer.

La sedicente missione umanitaria della “Global Sumud Flotilla” – il mega-convoglio diretto verso la striscia di Gaza per sostenere la causa palestinese – si è scontrata con la dura realtà del caos libico e della legalità internazionale. Due attivisti italiani, parte di una delegazione d’avanguardia che ha tentato di forzare il blocco geopolitico tra la Libia occidentale e la Cirenaica, sono stati fermati dalle forze del generale Khalifa Haftar. Secondo fonti informate, i due connazionali sono stati trasferiti a Bengasi e le autorità locali li starebbero trattando a tutti gli effetti come possibili clandestini.

La mossa azzardata oltre il confine

I due italiani identificati sono Domenico Centrone, un insegnante di Molfetta (Bari), e un’attivista piemontese originaria di Asti. Facevano parte della “Land Convoy”, un massiccio schieramento di circa 250 persone (in larghissima parte provenienti dai Paesi del Maghreb, con una minoranza di occidentali) e 20 automezzi, inclusi camper e persino un’ambulanza.

Dopo essere rimasto bloccato per ben otto giorni a Sirte – nella “No weapon zone” che separa il governo di Tripoli da quello di Bengasi – a causa del fallimento delle trattative per ottenere il via libera, il convoglio ha deciso di forzare la mano. Una delegazione di testa, composta da una decina di attivisti di varie nazionalità (tra cui Italia, Spagna, Stati Uniti, Polonia e Canada), ha oltrepassato il confine per intavolare una “trattativa diretta” con l’est libico. Una mossa imprudente in un quadrante altamente instabile.

Il sequestro dei passaporti e il blackout

Secondo quanto ricostruito via social da un’altra attivista rimasta nelle retrovie, Sara Suriano, il gruppo non avrebbe fatto un’irruzione autonoma, ma sarebbe stato “invitato” dalle autorità di Haftar a procedere oltre il confine. Una volta entrati in Cirenaica, però, la trappola è scattata: le milizie libiche hanno immediatamente sequestrato i passaporti degli attivisti.

Dopo i primi messaggi di rassicurazione inviati ai compagni di viaggio, sui dieci della delegazione è calato il blackout delle comunicazioni. I contatti sono interrotti da ore. La macchina diplomatica italiana si è subito messa in moto: la Farnesina ha confermato che sono in corso verifiche serrate e anche il consolato si è attivato per garantire l’assistenza e verificare lo stato di detenzione dei due italiani.

La galassia pro-Pal e i nodi della sicurezza

La missione, nata dalla collaborazione tra la rete internazionale Global Sumud Flotilla e la sigla nordafricana Maghreb Sumud, si muove sotto l’ombrello della solidarietà per Gaza, un filone che spesso flirta con la propaganda palestinese e la contestazione geopolitica. Muoversi in territori controllati da milizie armate senza reali garanzie statali espone tuttavia i partecipanti a rischi enormi, trasformando l’attivismo ideologico in un caso diplomatico e di sicurezza nazionale per l’Italia.

Resta ora da capire come le autorità di Bengasi intenderanno procedere: la qualifica di “potenziali clandestini” rischia di allungare i tempi del fermo, in attesa che i canali ufficiali italiani riescano a sbrogliare la matassa.

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