La mossa di Macron che vieta l’ingresso in Francia del ministro israeliano Ben-Gvir
Ariel Piccini Warschauer.
Alla fine, l’Eliseo ha ceduto alla tentazione del palcoscenico. Con una decisione che sa più di mossa elettorale interna che di fine strategia diplomatica, il ministro degli Esteri francese, Jean-Noël Barrot, ha annunciato il divieto d’ingresso in Francia per il ministro della Sicurezza Nazionale israeliano, l’ultranazionalista Itamar Ben-Gvir. Il pretesto? Un video, diventato rapidamente virale, in cui il leader di Otzma Yehudit sbeffeggia a favore di telecamera gli attivisti della “Global Sumud Flotilla”, intercettati in acque internazionali dalle forze di sicurezza israeliane mentre tentavano di raggiungere Gaza.
Le immagini, indubbiamente ruvide e politicamente incendiarie, mostrano attivisti europei — tra cui figurano anche cittadini francesi e italiani — ammanettati e costretti a terra, mentre Ben-Gvir si concede l’ennesimo show provocatorio a uso e consumo della propria base elettorale. Un comportamento che Barrot non ha esitato a definire “indicibile e inaccettabile”.
Ma dietro la retorica dei diritti e dell’indignazione transalpina si cela una realtà ben più complessa e, per certi versi, ipocrita.
Parigi non si è limitata a chiudere le frontiere a Ben-Gvir, ma ha subito cercato di lanciare una crociata europea, agganciandosi alla richiesta già formulata dal ministro degli Esteri italiano, Antonio Tajani, per spingere l’Alto rappresentante dell’UE, Kaja Kallas, a inserire il nome del ministro israeliano nella lista nera delle sanzioni europee.
Il punto, però, è squisitamente politico: punire Ben-Gvir — personaggio che la stessa galassia politica israeliana, da Netanyahu alle opposizioni, fatica a digerire e spesso isola — serve davvero a pacificare il Medio Oriente, o è solo l’ennesimo contentino dato alle piazze europee sempre più radicalizzate?
Bandire un ministro in carica di uno Stato sovrano e alleato, per quanto estremista e discutibile nelle sue uscite pubbliche, rappresenta un precedente pericoloso. La diplomazia, per definizione, si fa parlando con chi si considera distante, non blindando le porte di casa. Isolare i falchi del governo di Gerusalemme rischia solo di radicalizzare ulteriormente le posizioni interne a Israele, offrendo su un piatto d’argento l’argomento del “mondo intero che ci rema contro”. C’è poi una pesante asimmetria che non può sfuggire agli osservatori più attenti. La Francia si scopre intransigente con Ben-Gvir, ma mantiene canali aperti e felpanti con regimi e attori regionali i cui standard democratici e di rispetto dei diritti umani sono infinitamente peggiori di una provocazione video, per quanto odiosa.
Mentre la stabilità internazionale è appesa a un filo, l’Europa sceglie la via della sanzione morale ed etica. Ma la politica estera non si fa con i “like” o con i “visti rifiutati”. Il rischio concreto è che, inseguendo l’indignazione un tanto al chilo sui social media, Parigi e Bruxelles finiscano per perdere l’ultimo briciolo di credibilità e di capacità di mediazione rimasto loro a Gerusalemme.





