Nuovo inizio, discontinuità, novità, l’occasione persa dei due poli sulle elezioni di domenica 24 maggio
Alessandro De Angelis su La Stampa riflette sul voto di domenica prossima. Ma ve ne siete accorti che domenica prossima si vota in oltre seicento comuni, di cui sedici capoluoghi di provincia e uno di Regione? Insomma, vanno alle urne oltre sei milioni di cittadini. Eppure il clima non c’è, pur essendo l’ultima tornata prima del 2027, il grande anno elettorale.
Pare un’amichevole, dopo la finale referendaria dello scorso marzo. E forse la ragione è proprio questa. Politica. Va bene che, con tutto il rispetto, non ci sono grandi Bastiglie da espugnare o irrinunciabili linee del Piave su cui resistere. E va bene che, come spesso accade a livello locale, le dinamiche dello Strapaese sono le più fantasiose tra civiche che proliferano, bande che si organizzano e geometrie variabili che si appalesano: a Chieti e Avellino la destra va in ordine sparso al primo turno (e magari convergerà al secondo), mentre i Cinque stelle andranno da soli a Salerno, non si presentano a Enna e Agrigento, a Venezia, Arezzo, Pistoia, Macerata, Fermo Chieti staranno invece col campo largo.
Ma la ragione politica di una partita sottotono è che, complessivamente, sottotono sono i protagonisti. Chi (il centrodestra) è ancora sotto botta, chi (il centrosinistra) è ancora sotto euforia ma è un’euforia un po’ inerziale. È vero che Giuseppe Conte è stato fuorigioco per un periodo, per un problema di salute, però, risolto quello, l’andazzo è quello di sempre. Siamo a maggio 2026 e, con quel che succede nel mondo, i nostri eroi ancora non si chiudono in una stanza per scrivere quelle cinque cose che farebbero se andassero al governo. Se qualcuno, da una parte e dall’altra, avesse tramesso in queste settimane il messaggio di un “nuovo inizio”, all’insegna di una “discontinuità” o “novità” che dir si voglia, l’appuntamento, sia pur minore, avrebbe avuto un pathos diverso.





