L’importanza del castagno delle selve lucchesi
Roberto Pizzi.
Tipico delle selve lucchesi è il Castagno (Castanea sativa), che non sembrerebbe, a prima vista, rientrare nel novero degli alberi più nobili, come la quercia, l’abete, l’ulivo, il faggio ed altri ancora. Nella storia della Lucchesia quest’albero ha svolto un ruolo importantissimo, perché da esso hanno tratto nutrimento e sostentamento molte generazioni che altrimenti avrebbero rischiato di morire di fame. Originario dell’Asia Minore e del Mediterraneo orientale, è stato diffuso dall’uomo in gran parte dei territori temperati dell’emisfero boreale, dove forma estesi boschi (castagneti) da 300-400 metri sino a 900 nei paesi più freddi e 1300 metri nelle regioni più calde, in terreni silicei o calcarei compatti. Le razze coltivate differiscono principalmente per i caratteri del frutto (grandezza, colore, durezza della buccia). La più importante è il “marrone”, che ha frutto grosso, rotondeggiante, e pericarpo più pallido con strie meridiane più scure e il cui seme ha sapore squisito. Per la produzione di travi per costruzioni la varietà migliore è la selvatica (che dà frutti piccoli, poco dolci, a produzione saltuaria). Il castagno da legno si governa a ceduo o a fustaia, con 1500-2000 ceppaie per ettaro, dalle quali si ricavano polloni per ceste, pali da viti, pertiche, doghe per botti, pali da telegrafo, oltre a legname da carbone poco pregiato. Il legno di castagno contiene dall’8 al 10% di tannino, utilizzato soprattutto nel passato per la concia delle pelli. Il legname serve per mobili, pavimenti di legno e attrezzi vari, è resistente all’umidità, ricco di venature molto marcate, ma si tarla facilmente e l’abbondanza di nodi ne rende difficile la lavorazione.
Il castagno da frutto, la cui produzione si inizia verso il quindicesimo anno, può dare 20-30 kg di castagne per anno e la massima produzione si ottiene a 80-100 anni di età. Però la castagna è un frutto di alto potere nutritivo. Fresche e sgusciate contengono all’incirca il 57% di acqua, il 37% di sostanze amidacee e zuccherine, 3% di sostanze azotate, 1% di grassi, 1% di sali, 1% di cellulosa. Le castagne si mettono in commercio e si consumano appena colte, secche o candite e in farina.
Marino Berengo (1928-2000), storico famoso, nel suo fondamentale libro sullo storia di Lucca nel XVI secolo, Nobili e mercanti nella Lucca del Cinquecento, 1974, dedicò a questa pianta diverse pagine, sottolineando come la Repubblica ebbe sempre cura del prodotto delle selve, anche a discapito degli allevamenti. Ed il castagno era parte dominante della selva . La montagna lucchese era caratterizzata dai grandi castagneti, che coprivano larga parte della sua estensione, assai di più che dall’allevamento del bestiame. La ragione stava nel fatto che né il pascolo, né i minuscoli appezzamenti coltivati sarebbero riusciti a sfamare una fitta popolazione restia ad abbandonare stabilmente il paese natale. La selva, invece, dilatandosi sui beni comunali e su quelli privati, in qualche modo forniva le risorse per il sostentamento. Le castagne, prodotte nella zona collinare e montuosa, erano consumate dalle classi popolari di tutto lo Stato, e in certe annate la domanda del mercato era così forte, da rendere persino possibili i baratti col frumento. Ad ottobre piccoli e medi mercanti lucchesi prendevano la via della montagna per compiervi grossi acquisti di castagne, facendone incetta e spesso concedendo anticipazioni sull’acquisto del prodotto futuro, a condizioni usurarie. Quando l’iniziativa privata non riusciva a fornire castagne sufficienti per i consumi della città, vi provvedeva direttamente il governo, che imponeva l’obbligo dell’ammasso presso l’Ufficio dell’Abbondanza. Le numerose condanne irrogate dai vicari della Garfagnana per esportazione abusiva di castagne, confermavano le resistenze a queste notifiche da parte dei produttori, che mal sopportavano i vincoli degli ammassi e dei calmieri. La politica agraria della Repubblica lucchese, che cercava comunque di non irrigidire troppo i rapporti, dimostrava coi suoi numerosi provvedimenti come per essa il pascolo assumesse un peso infinitamente minore a quello della selva, e la produzione di uno staio di castagne da depositare nei magazzini dell’Abbondanza contasse assai di più dell’allevamento di una pecora. La buona resa del castagno non bastava tuttavia ad assicurarne ovunque la conservazione, poiché sulle terre comunali gli oneri degli innesti e la difficoltà di ripartire il raccolto senza discordia, incoraggiavano la lottizzazione dei fondi. Una volta venutosi a creare un pulviscolo di piccoli appezzamenti, il campo arato tendeva inevitabilmente a scacciarne la selva, senza alcun riguardo alla scarsa idoneità del suolo per la produzione dei cereali, dietro l’assillante miraggio del frumento e del miglio. Il governo era perciò restio a concedere la spartizione dei castagneti, rispetto a quella dei pascoli; ed aderendo a questa linea di condotta che imponeva ai comuni e ai privati di curare i castagni per renderli produttivi, si colpivano senza misericordia i trasgressori con pesanti sanzioni pecuniarie. L’Ufficio sulle selve non aveva però vita facile per la resistenza opposta dai villici all’opera che esso svolgeva. L’impegno di chi doveva far rispettare, fra mille difficoltà, la disciplina sulla selvicoltura e l’altrettanto impegno di chi si ingegnava per infrangerla, erano testimoni dell’enorme diffusione del castagno in tutta la montagna lucchese. In autunno i mulini di Gallicano erano talmente assorbiti nella macina delle castagne, che diventava problematico fare macinare grano. Tanto che il governo lucchese dovette imporre ad ogni mugnaio di riservare almeno una macina per il frumento. E quando riusciva impossibile snidare i banditi dai loro paesi, e gli Anziani ordinavano di spianare case, viti, alberi di ogni sorta, l’unica eccezione a questo massacro veniva fatta a favore dei castagni, che non dovevano essere toccati neppure sulla terra del più pericoloso ribelle.
Il grande significato economico che la pianta aveva assunto convinse, negli anni, a non disboscare del tutto le selve dalla montagna lucchese, rallentando quel progressivo spopolamento del territorio lucchese.





