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La provocazione di Erdogan viaggia via mare, una nuova flottiglia per sfidare Israele

Ariel Piccini Warschauer.

Una sessantina di imbarcazioni, cariche di attivisti pro-Pal provenienti da mezza Europa e non solo, hanno mollato gli ormeggi dal porto turco di Marmaris con un obiettivo dichiarato: forzare il blocco navale israeliano e raggiungere le coste della Striscia di Gaza. È la “Global Sumud Flotilla”, l’ennesima riedizione di un copione già visto, dove la solidarietà internazionale si mescola inevitabilmente alla provocazione geopolitica.

Non è il primo tentativo e, con ogni probabilità, non sarà l’ultimo. Soltanto due settimane fa, un convoglio analogo era stato intercettato e costretto a fare marcia indietro dopo i severi avvertimenti della Marina di Gerusalemme. Eppure, le navi sono tornate in mare. Segno che dietro la retorica degli aiuti umanitari si nasconde un’operazione d’immagine ben orchestrata, volta a testare i nervi dello Stato ebraico e a costringerlo a una reazione muscolare davanti alle telecamere di tutto il mondo.

Il fallimento della diplomazia e l’ombra di Ankara

Nelle ultime ore, Gerusalemme ha tentato la carta diplomatica. Fonti di sicurezza confermano che il governo israeliano ha esercitato forti pressioni sulla Casa Bianca affinché l’amministrazione americana convincesse le autorità turche a bloccare la partenza della flotta. Ma il canale diplomatico è rimasto sordo.

Che la Turchia di Recep Tayyip Erdoğan continui a tollerare – se non a caldeggiare – queste iniziative sul proprio territorio non è una novità, ma la conferma di un posizionamento strategico sempre più ostile. Lasciando salpare sessanta imbarcazioni battenti bandiere diverse ma unite dalla stessa agenda ideologica, Ankara lancia un messaggio chiaro: il braccio di ferro con Israele continua, anche attraverso l’utilizzo di “scudi umani” mediatici.

La Marina israeliana in stato di massima allerta

A Tel Aviv la linea resta quella della fermezza. Le forze di sicurezza israeliane (IDF) sanno perfettamente che cedere sul blocco navale significherebbe creare un precedente pericolosissimo, aprendo una rotta marittima fuori controllo che potrebbe essere sfruttata per il contrabbando di armamenti destinati a ciò che resta delle fazioni terroristiche a Gaza.

“Siamo pronti a ogni scenario”, fanno sapere fonti militari. L’intelligence sta monitorando la rotta della flottiglia miglio dopo miglio. Se le navi dovessero violare le acque territoriali o ignorare gli ordini di deviazione verso i porti designati per i controlli (come quello di Ashdod), l’intervento d’interdizione sarà inevitabile.

Il rischio, come sempre in questi casi, è che gli attivisti cerchino lo scontro frontale per ottenere il “martirio mediatico”. Ma Israele non può permettersi il lusso di mostrare debolezze, specialmente in un momento in cui gli equilibri regionali sono appesi a un filo. La flotta della provocazione è partitata, e la tempesta è alle porte.

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