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Il 14 maggio 1948 il sogno di Ben Gurion tra l’euforia del destino e l’ombra della guerra

Ariel Piccini Warschauer.

C’è un istante, nella Storia, in cui il respiro di un intero popolo sembra sospendersi per poi esplodere in un grido che attraversa i secoli. Quell’istante scoccò alle ore 16:00 del 14 maggio 1948, all’interno del modesto Museo d’Arte di Tel Aviv. Mentre il mandato britannico spirava, David Ben Gurion, con la voce ferma di chi sa di stare scrivendo il futuro, leggeva la Dichiarazione d’Indipendenza. Nasceva lo Stato d’Israele.

Fu un pomeriggio di bandiere bianco-azzurre e danze nelle strade, un’euforia brevissima e struggente. Israele nasceva non per concessione, ma per diritto storico e morale, riemergendo dalle ceneri della Shoah e dalle radici millenarie della terra dei padri. Ma era una gioia già assediata: mentre i tappi di champagne saltavano a Tel Aviv, gli eserciti di cinque nazioni arabe stavano già scaldando i motori dei carri armati.

L’Appello alla Pace: Una Mano Tesa nel Vuoto

Il testo letto da Ben Gurion non era solo un atto politico, ma un testamento etico. In quelle righe, scritte sotto la minaccia imminente dell’annientamento, risuona un invito che, riletto oggi, assume una tragica e potente attualità: “Facciamo appello ai cittadini arabi dello Stato di Israele affinché mantengano la pace e partecipino alla costruzione dello Stato sulla base della piena e uguale cittadinanza… Tendiamo una mano di pace e di buon vicinato a tutti gli Stati vicini.”Non era retorica. Era la visione di uno Stato che, pur nel cuore di un conflitto sanguinario, non rinunciava alla sua vocazione democratica e pluralista. Ben Gurion chiedeva collaborazione ai vicini proprio mentre questi ne negavano l’esistenza stessa.

Tra Memoria e Speranza

Oggi, a settantotto anni da quel giorno, la memoria di quella proclamazione — l’Atzmaut — non è solo una ricorrenza da calendario. È il promemoria di una resilienza ostinata. Israele è nato in poche ore di pace rubate alla guerra, fondando la propria identità sulla difesa della propria sovranità e, contemporaneamente, sulla ricerca incessante di quel “buon vicinato” citato nel discorso.

Leggere oggi la dichiarazione integrale significa riscoprire le radici di un sogno che, nonostante le tempeste della storia, continua a cercare quella mano tesa, sperando che un giorno non debba più essere ritratta.

Il 14 maggio 1948 il sogno di Ben Gurion tra l’euforia del destino e l’ombra della guerra

Iran, dazi e tecnologie, Cuba e Taiwan

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