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Voglia di nucleare nel governo e tra gli industriali

Pia Saraceno su InPiù commenta la voglia di nucleare che emerge nel governo e tra gli industriali. Il disegno di legge per conferire all’esecutivo una delega sul nucleare e’ approdata in Parlamento, l’obiettivo del Governo è che si approvi rapidamente in modo da consentire di esercitare la delega entro i 12 mesi previsti nel decreto prima delle nuove elezioni. Il Parlamento avrebbe poi 30 gg per valutare le norme. La proposta, varata dal Governo oltre un anno fa, arriva in discussione nel pieno della crisi energetica, che coglie l’Italia più impreparata di altri paesi, anche a causa delle scelte “pragmatiche” dell’esecutivo di non accelerare lo sviluppo delle rinnovabili e l’elettrificazione, privilegiando il gas come fonte di transizione. La perenne propaganda elettorale sembra spacciare ora questo provvedimento come la modalità, anche nell’immediato, con cui: ridurre i costi dell’energia e la loro volatilità, aumentare la sostenibilità, ottenere la sovranità energetica. Come si evince nella relazione tecnica è chiaro tuttavia, anche ai proponenti, che si tratta di avviare un processo nel quale l’effettiva disponibilità di energia nucleare si avrebbe nella migliore delle ipotesi da qui a 15/20 anni. Le tecnologie di cui si parla sono infatti nel caso di piccoli reattori a fissione modulari,  ancora in fase sperimentale (si parla di un solo prototipo funzionante in Cina ed uno in Russia), e nella fusione non esistono proprio. Va tenuto presente poi che difficilmente il nucleare può rappresentare una fonte a costi contenuti: nelle esperienze recenti, gli investimenti nel nucleare si sono dimostrati molto costosi, in modo imprevedibile e non in grado di competere in termini di costi con le tecnologie rinnovabili già disponibili e in prospettiva migliorabili.  Quanto alla sovranità energetica, il nucleare arriverebbe a regime a coprire secondo il PNIEC  un quinto del fabbisogno stimato. Anche da questo Governo la sovranità energetica dovrebbe comunque essere raggiunta dalle rinnovabili la cui realizzazione avviene attualmente ad una velocità pari alla metà di quanto necessario. Considerando i vari articoli della legge delega si possono riorganizzare i contenuti attorno a tre grandi capitoli: la predisposizione di norme  e di una autorità che regoli la produzione e l’utilizzo di energia nucleare sul territorio nazionale; la gestione dei rifiuti radioattivi; il finanziamento della ricerca, della formazione e della attività di divulgazione dei benefici del nucleare alle comunità. Solo il primo capitolo in realtà richiederebbe un nuovo impianto legislativo. La necessità di accelerare i tempi per i decreti attuativi di questa parte non ci sono, se non per motivi elettorali. Già due referendum hanno bocciato il ritorno al nucleare in passato e non regge l’escamotage di riconsiderare il problema perché vi sono nuove tecnologie promettenti (che però non ci sono ancora), che rendono le decisioni dei precedenti referendum obsolete. A maggio era stata costituita Nuclitalia, una società fra Leonardo, Ansaldo Energia ed Enel, che sta facendo ancora attività di scouting. Quindi anche nell’ipotesi di voler promuovere e rendere accettabile alle comunità la scelta del nucleare, perché affrettarsi con un impianto legislativo approvato in tutta fretta?
 
Il secondo capitolo include la disattivazione e lo smantellamento degli impianti esistenti, la gestione dei rifiuti radioattivi e del combustibile nucleare esaurito. Esistono già scorie gestite sotto la responsabilità di Sogin, costituita nel 1999. Da quasi 30 anni si ricorre a soluzioni costose e temporanee (mandandoli in gran parte in Francia). Il maggior ostacolo all’assetto attuale sta nella difficoltà di far accettare i siti di stoccaggio sul territorio. Sogin, incaricata di individuali, ci ha messo 24 anni per indicare le aree idonee, ma nessun Comune si è poi candidato ad ospitarli. Il ministro dell’Ambiente dopo qualche passo falso ha promesso che nel 2029 il sito si troverà e che sarà operativo nel 2039. Sperando forse che aumentando la portata del problema si possa facilitare la soluzione. La Delega contempla l’ipotesi che le leggi attuative introducano incentivi premianti per i territori ospitanti (come se non vi fossero già  per tutti gli investimenti che prevedono lo sfruttamento delle risorse naturali del sottosuolo).  Quello che aggiunge è che al loro finanziamento non provvederà necessariamente il bilancio pubblico. Su Ricerca sul nucleare, formazione e divulgazione ovviamente ben vengano progetti e studi a tutti i livelli e nelle istituzioni competenti, nonché la formazione necessaria. Vi sono già molti modi per allocare le risorse da destinare alla Ricerca per tecnologie sostenibili (tutte), quello che sembra mancare è la stabilità dei finanziamenti ed un piano chiaro che definisca le priorità tra le diverse tecnologie, considerando le alternative in termini di costi e sicurezza. Il tema delle risorse però non trova spazio nella delega: vi è solo un generico richiamo al fatto che si potrebbero determinare costi non quantificabili a carico dello Stato e che il relativo modello di finanziamento potrebbe anche non essere a carico della Finanza Pubblica.  Si sono messe le mani avanti per nuovi oneri impropri in bolletta per finanziare quello che la legge delega ancora non dice?

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