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Venti di guerra e spiragli di tregua, il delicato equilibrio tra Libano e Iran

Ariel Piccini Warschauer.

Il Medio Oriente resta sospeso in un paradosso cruento: da un lato il fragore dei mortai, dall’altro il sussurro della diplomazia facilitata dagli Stati Uniti. Mentre al confine settentrionale si continua a morire — con l’ultimo soldato dell’IDF caduto sotto il fuoco dei mortai di Hezbollah proprio mentre sono in corso i colloqui per il cessate il fuoco — la scacchiera regionale si muove su binari paralleli e apparentemente contraddittori.

L’asse della tregua e l’ombra di Trump

Sul fronte diplomatico, la tensione è palpabile. Il Ministro degli Esteri iraniano, Abbas Araghchi, parlando da Nuova Delhi a margine del summit dei BRICS, ha gelato le speranze di un’intesa immediata: “L’Iran non ha alcuna fiducia negli Stati Uniti”, ha dichiarato, ribadendo che Teheran negozierà solo se percepirà una reale serietà da parte della controparte. Eppure, nonostante la retorica bellicosa, Araghchi ha ammesso che la Repubblica Islamica sta cercando di preservare lo spazio per la diplomazia.

Un equilibrio fragile, messo a dura prova dalle parole di Donald Trump. L’ex presidente e candidato alla Casa Bianca ha alzato i toni, avvertendo che la sua pazienza è agli sgoccioli: per Teheran l’alternativa è netta, “fare un accordo o essere annientata”. In questo clima di estrema pressione, arriva però un segnale rilevante da Pechino: il Presidente Xi Jinping ha assicurato che la Cina non fornirà armi all’Iran, un impegno che punta a isolare militarmente il regime in caso di escalation totale.

Missioni segrete e nuove alleanze

Mentre la politica parla, i vertici militari agiscono nell’ombra. Il Capo di Stato Maggiore dell’IDF, il generale Zamir, si è recato in visita ufficiale negli Emirati Arabi Uniti nel pieno dell’Operazione “Roaring Lion”. Una visita che conferma come gli Accordi di Abramo stiano reggendo anche sotto il peso di un conflitto regionale, consolidando un asse difensivo che vede Israele e le monarchie del Golfo unite dalla comune preoccupazione per l’egemonia iraniana.

Il varco malese nello Stretto di Hormuz

Ma è sul mare che si gioca la partita più complessa. Per la quarta volta dall’inizio del conflitto tra Stati Uniti e Iran a fine febbraio, una nave legata alla Malaysia ha attraversato lo Stretto di Hormuz. La Sapura 1200, vascello di supporto della Vantris Energy, è transitata lungo la costa iraniana diretta verso il porto di Muscat, in Oman.

Il transito non è casuale: è il risultato di un corridoio diplomatico preferenziale aperto dal Primo Ministro malese Anwar Ibrahim. In un mondo in cui Hormuz è quasi totalmente chiuso, interrompendo i flussi energetici globali, la Malaysia sembra essere riuscita a ottenere da Teheran un “passaporto diplomatico” per le proprie navi. Un piccolo spiraglio in un blocco navale che sta strangolando l’economia mondiale, dimostrando che, anche nel cuore della guerra, esistono canali di comunicazione che non si sono mai interrotti.

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