Un colpo d’ala, la richiesta di Lavia e Polito al Pd di Elly Schlein
Mario Lavia su Linkiesta riflette sul futuro del Pd partendo dal ddl sull’antisemitismo. Emanuele Fiano è capace come pochi altri di coniugare passione e ragione. Vale dunque la pena di evidenziare qui la ferrea logicità del suo ragionamento espresso alla riunione di Prato dei riformisti a proposito della decisione dei deputati del Pd di votare no la legge contro l’antisemitismo in discussione alla Camera, dopo essere stata approvata al Senato con l’astensione dei senatori dem.
La domanda che preliminarmente Fiano pone è semplicissima: cos’è cambiato, concretamente, dal voto dei senatori a oggi? Nulla. O meglio, diciamo noi: è cambiato il clima politico nel cosiddetto campo largo, più sensibile alle istanze pro-Pal, quelle fatte proprie dal “campetto” M5s-Avs. Elly Schlein – non solo su questo tema, ma anche sull’Ucraina e probabilmente lo vedremo anche sulle proposte economiche – ha scelto di inseguire Conte e Fratoianni piuttosto che contrastarli con il linguaggio della razionalità e della politica. Sembra che abbia scelto di farsi portare dalla risacca altrui più che governare le onde. Allora la questione del ddl contro l’antisemitismo diventa una spia di uno slittamento politico più generale nel segno della subalternità a Giuseppe Conte. E se qualche compromesso è inevitabile, non lo è il giocare con i valori.
Entrando nel merito, Fiano ha ricordato quello che tutti sanno e che nella riunione del gruppo dei deputati dem era stato già evidenziato da Piero Fassino: la tanto contestata – da sinistra – formulazione dell’Ihra richiamata dal ddl «precisa che criticare Israele non è antisemitismo», dunque non è in alcun modo punibile chi condanna l’orribile governo di Netanyahu.
Nessuno, in Europa, è mai stato perseguito in base alla definizione dell’Ihra. La quale fu approvata anche da una giovane Schlein quando era europarlamentare di Possibile (era furoriuscita dal Pd). C’è puzza di strumentalità quando si afferma il contrario.
Sì rischia di fare del mercimonio: svendita di valori in cambio di consenso. «Mai il principale partito della sinistra italiana ha votato contro una legge che difende una minoranza», ha osservato Victor Magiar di Sinistra per Israele con una frase che dovrebbe fare riflettere. Per uno come Lele Fiano, figlio dell’eroico Nedo Fiano, deportato a Auschwitz, il limite che fissa una quota minima di moralità nella politica viene superato, la conseguenza è irreparabile: l’uscita da Pd diviene un’opzione morale. Ed è la prima volta che accadrebbe.
Le precedenti uscite – Pina Picierno, Elisabetta Gualmini, Marianna Madia eccetera – sono state tutte di natura squisitamente politica. Con Fiano è diverso. È la morale a irrompere in una drammatica scelta politica. Come nel 1956, per esempio: ci sono momenti e situazioni in cui gli ideali – lì la causa della libertà e della democrazia, qui la lotta all’antisemitismo – vengono prima di tutto. Al Nazareno non immaginano nemmeno le conseguenze di un eventuale addio di Fiano, non solo per il valore della persona ma per ciò che rappresenta.
Ecco perché un’autorità morale come Liliana Segre ha avvertito la crucialità del momento. «Resto incredula di fronte alle divisioni che si stanno manifestando sul ddl contro l’antisemitismo. Ci sono temi sui quali un paese civile dovrebbe ritrovarsi unito al di là delle logiche di schieramento», è l’appello della senatrice a vita che reclama una convergenza in Aula, anche con una nuova mediazione: ed è evidentemente Elly Schlein la principale destinataria del monito.
Ma la segretaria del Pd in questa fase appare sorda e chiusa rispetto alle tante domande che le vengono rivolte. Non risponde a nulla. È un’intransigenza curiosa, perché non ha il tono di chi si sente invincibile. Ha piuttosto quello, assai più inquietante, di chi teme che una porta aperta possa trasformarsi in una breccia. È l’intransigenza non di chi si sente forte ma al contrario di chi ha paura della propria ombra.
Persino sulla legittima – anche formalmente – richiesta della minoranza di poter esprimere un candidatura alle primarie, lei fa rispondere al fido guardiano del Nazareno Igor Taruffi che ciò non è possibile, mentre, se vogliamo essere pignoli, l’articolo 5 comma 3 dello statuto dice che «qualora il Pd aderisca a coalizioni e per l’individuazione del candidato premier si utilizzino le primarie, l’Assemblea nazionale stabilisce le modalità di presentazione e selezione di eventuali altre candidature, in aggiunta a quelle del Segretario nazionale, che saranno ammesse e successivamente presentate alla coalizione».
Non capiscono che una seconda candidatura, con il doppio turno, porterebbe più gente di “area Pd” al voto, come intuì giustamente Pier Luigi Bersani nel 2012 quando consentì a Matteo Renzi di competere. Ma Bersani era forte, questi evidentemente cominciano a sudare freddo. Ormai l’alternativa si fa chiara: o la leader del Pd apre una vera discussione o se ha troppa paura di andare avanti faccia un gesto di generosità verso il suo partito e di onestà verso sé stessa. Un colpo d’ala, ha scritto Antonio Polito, in un senso o nell’altro. Prima che sia troppo tardi.





