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Ultrassettantenni in carcere, l’età avanzata non comporta impunità né impedisce l’arresto ma serve umanità

Su InPiù, Luciano Panzani sottolinea il problema della presenza nelle carceri degli ultrassettantenni. Aldo Di Giacomo, segretario del Sindacato Polizia Penitenziaria, denuncia la presenza nelle carceri italiane di circa 1.300 detenuti con più di 70 anni e patologie croniche. Il caso limite è quello del 98enne che, dopo aver tentato di uccidere la moglie, si trova nel carcere di Genova. Sugli ultraottantenni mancano dati ufficiali, ma l’invecchiamento della popolazione carceraria è ormai un problema evidente. La questione non è solo numerica. La presenza di detenuti anziani e spesso non autosufficienti pone seri problemi sanitari, logistici e organizzativi agli istituti penitenziari. Gli agenti si trovano talvolta a svolgere compiti di assistenza quotidiana e sanitaria che non rientrano nel loro ruolo. Sindacati e associazioni per i diritti umani, tra cui Antigone, segnalano da tempo l’inadeguatezza delle strutture a gestire fragilità, cronicità e perdita di autonomia. Per molti reclusi, al di fuori dei casi di criminalità organizzata sottoposti a regimi speciali, la pena rischia così di trasformarsi in una condizione di sofferenza estrema. La legge italiana non esclude il carcere dopo i 70 anni: l’età avanzata non comporta impunità né impedisce l’arresto. L’ordinamento prevede però la possibilità di scontare la pena in detenzione domiciliare, salvo esigenze cautelari di eccezionale gravità o condanne per reati particolarmente gravi. La misura si fonda su due presunzioni: la minore pericolosità sociale legata all’età e la maggiore afflittività del carcere per una persona anziana. Ma non è automatica: il giudice può negarla se ritiene il detenuto ancora pericoloso o compatibile con il regime carcerario.
 
 
Restano poi i reati ostativi, per i quali l’età non blocca l’ingresso in carcere: mafia, terrorismo, violenza sessuale di gruppo, sequestro a scopo di estorsione, tratta, associazione finalizzata al traffico di droga e, in molti casi, rapina aggravata. Anche quando la detenzione domiciliare “umanitaria” o per limiti di età è astrattamente possibile, l’applicazione pratica si scontra con procedure lente. I Tribunali di sorveglianza dovrebbero decidere entro 45 giorni, ma carenze di organico, carichi di lavoro e ritardi nell’acquisizione delle relazioni UEPE e dei rapporti penitenziari allungano i tempi. Un certo numero di detenuti anziani può essere considerato fisiologico, soprattutto nei casi esclusi dai benefici. Ma il quadro attuale mostra carenze e opacità che producono sofferenze evitabili e scaricano sul carcere problemi sociali e sanitari che richiederebbero risposte più rapide, trasparenti e adeguate.

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