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Politica

Tutti i punti controversi della nuova legge elettorale, la parola alla Corte costituzionale e al presidente della Repubblica

Marcello Sorgi su La Stampa sostiene che, dopo l’approvazione della nuova legge elettorale, la parola passi alla Corte costituzionale e al presidente della Repubblica. La Consulta dovrà valutare la legittimità dello Stabilicum, mentre Sergio Mattarella sarà chiamato a guidare la legislatura verso la conclusione, esercitando il proprio ruolo di arbitro tra maggioranza e opposizione. I principali punti controversi riguardano la rappresentanza femminile nelle liste, il numero eccessivo di firme richieste ai nuovi partiti, l’obbligo di indicare il candidato premier e l’attribuzione su base nazionale del premio di maggioranza anche al Senato, che la Costituzione prevede eletto su base regionale. Sorgi osserva che un intervento della Consulta su tutte queste disposizioni potrebbe svuotare la riforma. Meloni starebbe valutando modifiche per correggere almeno i primi due aspetti, introducendo una quota di genere anche per i capilista e riducendo sensibilmente le firme necessarie. Resterebbero però le questioni più delicate, sulle quali i promotori richiamano la precedente giurisprudenza costituzionale relativa all’Italicum. Qualunque sia l’esito del giudizio, sarà poi Mattarella a gestire la conclusione della legislatura. La premier vorrebbe anticipare le elezioni alla primavera del 2027, anziché attendere settembre, dopo l’approvazione della legge di bilancio, resa particolarmente difficile dalla crisi energetica e dall’inflazione. Sorgi conclude che il passaggio più complicato arriverà quando Meloni dovrà concordare con il Quirinale lo scioglimento anticipato delle Camere. Mattarella potrebbe chiederle di presentarsi prima in Parlamento, secondo la prassi istituzionale. Una scelta che aprirebbe inevitabilmente uno scontro politico: l’opposizione interpreterebbe le dimissioni del governo come un’ammissione di sconfitta, nonostante l’intenzione della premier di ricorrere anticipatamente alle urne. Anche una procedura normale in altre democrazie rischierebbe così di trasformarsi in Italia nell’ennesima occasione di polemica, alimentando la sfiducia e l’allontanamento dei cittadini dalla politica, dalla quale si attendono risultati concreti anziché propaganda.

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