Tempi di guerre e laici testimoni di pace
Luciano Luciani.
Sono in molti a pensare che una riflessione seria, coerente e impegnata sulla pace sarebbe prerogativa soprattutto dei credenti, un’idea in cui c’è una buona dose di verità. È infatti vero che per il passato, e anche per il presente, numerose esperienze e personalità hanno giudicato e misurato il potere, e del potere la sua manifestazione più clamorosa che è la guerra, a partire da quella pietra di paragone che è il Vangelo e così facendo sono diventati testimoni di pace e speranza per tutti gli uomini. Testimoni di pace e di speranza, però, si ritrovano anche e forse soprattutto all’interno del pensiero laico, democratico, socialista, anche se sempre in minoranza e sempre sconfitti sul piano storico-politico…Ma cosa intendiamo per laico? Colui per il quale l’etica e i comportamenti morali non hanno bisogno di una giustificazione religiosa: la cultura greca e quella romana forniscono non pochi esempi di come si possano sviluppare virtù morali e coltivare il sapere come fini a se stessi senza ipoteche religiose o vincoli ecclesiastici.
Penso, per esempio, a Voltaire che nel suo Candido, 1757, chiama la guerra “eroica macelleria” e che nel Dizionario filosofico di sette anni più tardi la definisce “riassunto di tutti i flagelli e tutti i crimini”. Non dimentico, poi, Kant, che nel suo Progetto per una pace perpetua si pone e propone ai suoi Lettori il problema della eliminazione della guerra, il “grande cimitero del genere umano”, le cui ragioni il filosofo di Heidelberg pone nell’anarchia dei rapporti internazionali e il cui rifiuto dovrebbe essere affidato alla istituzione di una comunità giuridica tra gli Stati: un’anticipazione del pacifismo giuridico che avrebbe faticosamente visto la luce solo nel secolo successivo. L’ idea “razionale di una comunità perpetua pacifica… di tutti i popoli della terra, che possano venire tra loro in rapporti effettivi” non è tanto un principio etico, quanto giuridico. È stata la posizione di Norberto Bobbio nella vicenda della guerra del Golfo, quando il filosofo torinese prese decisamente le distanze da un pacifismo d lui definito “sentimentale”. Per Bobbio non si tratta di condannare le guerre, bisogna impedirle. In tal senso il filosofo è scettico nei confronti del pacifismo e delle sue iniziative che giudica inadeguate in quanto incapaci di comprendere le ragioni profonde dei conflitti: esso gli appare “sentimentale e non critico”, tardivo perché si muove sempre dopo la crisi che sfocia nel conflitto. La sua proposta si muove su un piano diverso rispetto a quello della non violenza, giudicata troppo radicale, e punta alla formazione di un potere comune al di sopra degli Stati, posto al di sopra di tutti i governi nazionali, investito del potere di giudicare le loro controversie. Per Bobbio tale sopra-organismo è l’Onu. Al pacifismo viene lasciato solo un ruolo di sensibilizzazione, di propaganda in favore della pace, al più un ruolo blandamente educativo… In effetti il pacifismo non violento è finora sempre risultato sconfitto sul piano politico-pratico, ma questa constatazione non deve indurre alla delusione o allo scoraggiamento. Il pacifismo è una dottrina che ha ispirato un movimento storicamente giovanissimo: nasce con il secolo scorso; è interno alla cosiddetta età dell’imperialismo e la sua nascita è, emblematicamente, contrassegnata da una sconfitta: la Grande Guerra vede battuti sia il pacifismo cattolico, sia quello socialista, sia quello borghese. Fu comunque quell’evento disastroso che permise a un movimento di opinione, modesto quantitativamente e percorso da non poche contraddizioni, di entrare a pieno titolo tra i soggetti politici del XX secolo anche se su posizioni minoritarie. Fra le due guerre novecentesche naturalmente l’idea pacifista non avrà molti diritti di cittadinanza in un mondo di ideologie semplificate. Le figure e i gruppi che si battono a partire dal presupposto che “la pace è un valore assolutamente positivo”, secondo la definizione del filosofo tedesco Max Scheler nel 1927, lo fanno sempre a loro rischio e pericolo, al di fuori degli schieramenti consolidati delle teorie politiche tradizionali.
Solo dopo Hiroshima e l’olocausto nucleare dell’agosto 1945, il pacifismo comincerà a far breccia nel bagaglio intellettuale ed emozionale dei singoli e dei gruppi che fino a quel momento a esso avevano guardato con sussiego, condiscendenza o addirittura con sospetto. La condizione atomica cambia le regole stesse della guerra e priva di senso tutti i modi consueti di considerare il conflitto. Lo stesso Bobbio, che non ha mai voluto considerarsi pacifista ma che al pacifismo e ai suoi protagonisti ha sempre riguardato con interesse, rispetto e una punta di simpatia, di fronte al salto di qualità indotto dalla guerra atomica afferma che “almeno in prospettiva siamo tutti quanti obiettori.” Oggi che il conflitto atomico è divenuto non solo atomico, ma chimico, batteriologico, e via massacrando… Oggi che con estrema disinvoltura generali e commentatori tuttologi, politici ed esperti in “sistemi d’armi” imperversano dagli schermi televisivi parlando tranquillamente dell’uso di “armi non convenzionali” è necessario per tutti, laici e credenti, un’opzione culturale e ideale definitiva. La guerra, ovvero il conflitto armato tra entità statuali, deve essere considerato il residuo di una condizione antropologica primitiva: le “guerre giuste” non esistono. Non sono tali, non sono giuste, quelle che vengono combattute per coercizione o per professione dai soldati. Forse, e dico forse, un’eccezione si può fare per quei conflitti combattuti da uomini liberi mossi da una scelta ideale o spinti da una necessità materiale. Ma queste non sono guerre: sono lotte di liberazione nazionale, difese popolari, guerriglie partigiane sulla cui liceità è oggi in corso un ampio dibattito e che non possono essere confuse con la guerra.





