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Teheran, è scontro totale: il governo vuole la testa del falco Araghchi

Ariel Piccini Warschauer.

Le crepe nel muro di gomma del regime iraniano non sono più semplici indiscrezioni, ma voragini che minacciano di far crollare il delicato equilibrio diplomatico tra Teheran e l’Occidente. Al centro della tempesta c’è lui: Abbas Araghchi. Il Ministro degli Esteri, colui che dovrebbe essere l’architetto del dialogo, è finito nel mirino di una fronda interna al governo che ne chiede la testa. L’accusa? Essere nient’altro che un “uomo ombra” dei Pasdaran, il braccio armato del fanatismo religioso, troppo allineato ai diktat dei Guardiani della Rivoluzione per poter condurre una trattativa credibile con gli Stati Uniti.

Il nodo del contendere: il Nucleare

Secondo quanto rivelato da Iran International, testata vicina alla diaspora e da sempre spina nel fianco dei mullah, il clima a Teheran è elettrico. Il pomo della discordia è il tavolo negoziale avviato con Washington per cristallizzare il cessate il fuoco e porre fine alle ostilità regionali. Da una parte i “pragmatici” del governo, che intravedono nella tregua una via d’uscita dall’isolamento e dal collasso economico; dall’altra i falchi, guidati dai vertici dei Pasdaran, che usano Araghchi come scudo umano per proteggere l’unico asset che conta davvero: il programma nucleare.

Il disaccordo è profondo e strategico: L’ala moderata (o presunta tale) spinge per includere il dossier atomico nei negoziati, offrendo concessioni in cambio di una revoca delle sanzioni che permetta al regime di sopravvivere.

I Pasdaran, considerano il nucleare una “linea rossa” non negoziabile. Araghchi, assecondando questa visione, starebbe di fatto sabotando le possibilità di un accordo permanente, trasformando i colloqui in una farsa diplomatica.

Diplomazia col guanto di ferro

La figura di Araghchi incarna perfettamente la doppiezza della politica estera iraniana. Se da un lato si presenta ai tavoli internazionali con il linguaggio della diplomazia, dall’altro non ha mai nascosto la sua subalternità gerarchica e ideologica alle gerarchie militari del Paese. Per una parte dell’esecutivo, la sua permanenza al Ministero degli Esteri è diventata un ostacolo insormontabile: finché ci sarà lui, dicono i critici interni, non si negozierà con lo Stato, ma con le caserme dei Guardiani della Rivoluzione.

Mentre a Washington l’amministrazione osserva con cautela, a Teheran la battaglia per la poltrona più importante della diplomazia è appena iniziata. Se Araghchi dovesse cadere, sarebbe il segnale che il regime, per pura disperazione, è pronto a sacrificare i suoi “intoccabili” pur di non affondare. Se resterà al suo posto, la parola “pace” rimarrà solo un vuoto esercizio retorico sotto l’ombra dei missili dei Pasdaran.

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