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Siena avrà il coraggio di guardarsi allo specchio senza la protezione delle storie che racconta a se stessa

Paolo Benini.

La cosa che più mi ha colpito nella vicenda del Monte dei Paschi non è stata la vicenda del Monte dei Paschi stesso.  Sarebbe persino difficile fingere sorpresa. Le grandi operazioni finanziarie seguono logiche che non hanno alcun interesse per le nostalgie locali, per le identità territoriali o per il prestigio presunto  accumulato nei secoli. Seguono il denaro, il potere, la dimensione e la convenienza. Nulla di nuovo. Nulla che non fosse già scritto da tempo. Ciò che invece mi ha colpito è stata la rapidità con cui si è rimessa in moto la macchina rituale della città. Il cardinale, la sindaca, la presidente della Provincia, i parlamentari, i consiglieri comunali, i tavoli interistituzionali, le mozioni, gli appelli, i comunicati. Non per ciò che hanno detto, perché le parole erano quelle che chiunque avrebbe potuto prevedere in anticipo, piu’ scontate del dire “se piove sta piovendo”, ma per il significato psicologico di quella rappresentazione.

Ho avuto la sensazione di assistere a una liturgia celebrata da sacerdoti che non credono più nella propria religione ma che continuano a officiare il rito perché il rito stesso è diventato l’unica cosa rimasta. Nessuno pensa davvero che un tavolo interistituzionale di una città di cinquantamila abitanti possa modificare gli equilibri della finanza nazionale. Nessuno pensa davvero che una mozione comunale possa influenzare processi che si muovono su scale enormemente più grandi. Eppure il rito deve essere celebrato. È una forma di recitazione collettiva nella quale tutti sanno che il potere si trova altrove ma nessuno trova il coraggio di pronunciare ad alta voce la frase più semplice e più liberatoria: non contiamo più quanto crediamo di contare. Eppure proprio qui si trova il punto che trovo più interessante.

Se davvero il Consiglio Comunale rappresenta la massima espressione della volontà collettiva di una comunità, allora forse sarebbe infinitamente più utile, più onesto e persino più rivoluzionario riunirlo insieme alle altre istituzioni non per difendere simbolicamente qualcosa che non sono più in grado di difendere, ma per compiere un atto di autoconsapevolezza. Sarebbe interessante vedere una sala piena di rappresentanti della città che si alzano e dicano semplicemente: “signori, guardiamoci negli occhi, noi contiamo 0 e gia’ riconoscerlo e’ un valore”. Non nel senso morale del termine, non nel senso umano del termine, ma nel senso del potere reale, economico, industriale e politico. E una volta accettato questo dato, porre finalmente la sola domanda che conta: cosa possiamo fare per migliorare la nostra condizione? Perché è esattamente questo passaggio che continua a mancare. Si continua a difendere una posizione immaginaria invece di partire dalla posizione reale.

Il punto, però, non riguarda soltanto il Monte. Anzi, il Monte è probabilmente soltanto il simbolo più visibile di qualcosa di molto più profondo. Da anni questa città riceve segnali che vanno tutti nella stessa direzione e da anni continua a leggerli come episodi isolati. Soffre di cecita’ sistemica. Ogni volta che un’attività chiude, che un’azienda ridimensiona la propria presenza, che una realtà produttiva perde centralità, che una promessa di sviluppo si dissolve nella nebbia delle conferenze stampa, si reagisce come se si trattasse di un caso particolare. Eppure il fenomeno è unico. È la stessa erosione che attraversa il commercio del centro storico, le difficoltà del tessuto produttivo, le continue incertezze che periodicamente emergono attorno alle principali realtà industriali del territorio, le vicende che hanno interessato soggetti economici rilevanti, le aspettative infinite costruite attorno a progetti annunciati come svolte epocali e poi lasciati sospesi in una sorta di eterno futuro. Biotecnopolo, aeroporto, rilanci, rinascite, nuove centralità. Ogni stagione produce il proprio slogan salvifico. Ogni stagione promette un punto di svolta. Ogni stagione rinvia la verifica alla stagione successiva. Nel frattempo il mondo continua a dare la stessa risposta e la risposta è che Siena, al netto della sua storia, della sua bellezza e della sua dignità, occupa oggi una posizione molto diversa da quella che continua a raccontarsi. Non c’è nulla di offensivo in questo. Esistono migliaia di città che non determinano gli equilibri economici, industriali o politici del loro tempo. Il problema non è essere piccoli. Il problema è non sapere di esserlo.

Dal punto di vista professionale trovo che questa sia la parte più interessante dell’intera vicenda. Gli individui che non riescono a vedere se stessi per ciò che sono finiscono per costruire una versione immaginaria della propria identità e, a un certo punto, smettono di confrontarsi con la realtà. Le comunità fanno esattamente la stessa cosa. Per questo ho spesso l’impressione che Siena viva da molto tempo una sorta di lutto patologico. Non il lutto sano, che accetta una perdita, la elabora e costruisce una nuova prospettiva, ma quel lutto che rimane congelato negli anni perché il soggetto non riesce ad accettare che qualcosa sia finito. La città continua a guardarsi attraverso il riflesso di ciò che era, mentre la realtà le chiede continuamente di ridefinire ciò che è. E forse è proprio qui che nasce l’immobilismo che la caratterizza: non dall’assenza di risorse, non dall’assenza di intelligenze, non dall’assenza di opportunità, ma dall’incapacità di compiere quell’atto di autoconsapevolezza che rappresenta il punto di partenza di qualsiasi rinascita. Perché finché una persona difende la propria leggenda non può costruire il proprio futuro. E la stessa regola vale per le città. La vera domanda non è che cosa accadrà al Monte dei Paschi. Siena troverà mai il coraggio di guardarsi allo specchio senza la protezione delle storie che racconta a se stessa? Solo in quel momento potrebbe iniziare qualcosa di nuovo ? In genere funziona così.

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