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Q8
Economia

Si difende la targa quando è sfuggita la proprietà

Pierluigi Piccini.

C’è un modo per capire quando una battaglia è già stata perduta nella sostanza pur restando aperta nella forma: è quando i suoi protagonisti smettono di parlare del principio e cominciano a fare i conti. Il tavolo riunito in Provincia segna esattamente questo passaggio. Fino a ieri la parola d’ordine era la difesa dell’integrità del Monte, la sua autonomia, il legame indissolubile con la città. Oggi il lessico è cambiato: si citano gli otto punti di Pil provinciale a rischio, i duemilacentocinquantanove dipendenti diretti, gli ottocento-milleduecento addetti dell’indotto, l’accesso al credito per le piccole e medie imprese. La bandiera ha lasciato il posto al bilancio. E chi comincia a quantificare il danno ha già riconosciuto, senza pronunciarlo, che l’evento accadrà.

Lo si vede nella richiesta che ora chiude ogni intervento: che la banca resti e mantenga qui la sua direzione e la sede legale. È una domanda minima, ed è rivelatrice. Si difende la targa quando si è smesso di poter difendere la proprietà. Del resto l’offerta promette, in caso di successo, di conservare il nome: Banca Monte dei Paschi. Ma un nome che sopravvive a un corpo assorbito altrove non è una garanzia, è una cortesia. La questione non è più se l’insegna resterà a Siena; è chi deciderà, dove, e con quali criteri — criteri che con Siena non hanno più nulla a che vedere.

Poi la formula che dovrebbe rassicurare e invece confessa: il tavolo diventa permanente. Ma la permanenza di un tavolo è la misura esatta dell’assenza di una garanzia. Si istituzionalizza una riunione proprio perché non si riesce a istituzionalizzare un esito. Ci si incontrerà periodicamente perché non c’è nulla di acquisito da custodire: solo un processo da seguire, da commentare, da subire con puntualità. L’unità delle istituzioni e delle parti sociali è reale, e va riconosciuta; ma l’unità senza una leva è liturgia. Si può essere compatti e impotenti nello stesso istante.

Ed è qui la domanda vera, quella che il comunicato non pone: chi fa da garante? Nel vecchio Monte il garante c’era, ed era lo Stato azionista — una presenza scomoda, contestata, ma dotata di un potere effettivo sul destino della banca. Quella presenza si è ritirata, ceduta quota dopo quota, e con essa è scomparso l’unico soggetto che potesse garantire qualcosa al territorio in quanto territorio. Oggi decidono altri, e altrove. Decidono gli azionisti, che tra poche settimane si pronunceranno sulle mosse difensive del Monte e che alla fine sceglieranno se aderire allo scambio. Decide l’assemblea dell’offerente, che ha già approvato a stragrande maggioranza l’aumento di capitale a servizio dell’operazione. Decidono le autorità: la vigilanza sul documento d’offerta, l’istruttoria appena avviata sulla concentrazione, il controllo europeo sui requisiti.

E si noti l’ironia della parola. L’unico “garante” formalmente presente in questa partita è l’autorità garante della concorrenza e del mercato. Ma ciò che essa garantisce è il mercato, non la comunità; la correttezza della concentrazione, non la sopravvivenza di un presidio cittadino. Il garante che c’è tutela un bene diverso da quello che il tavolo vorrebbe difendere. Il garante che servirebbe a Siena — un soggetto con il potere di vincolare l’esito a favore del territorio — semplicemente non siede a quel tavolo, e forse non esiste.

Resta un’unica leva reale, e non è locale: è il potere del governo, la facoltà dello Stato di porre condizioni a un’operazione ritenuta strategica. È l’unico strumento capace di trasformare un auspicio in un obbligo. Ma è uno strumento nazionale, non provinciale, e finora è stato evocato come possibilità, non assunto come impegno verso Siena. Tra l’evocazione e l’impegno corre tutta la distanza che separa una speranza da una garanzia. Il territorio può chiedere che quel potere venga esercitato in suo favore; non può esercitarlo, né pretenderlo come diritto.

C’è infine il tempo, che nessuno al tavolo nomina e che decide più di ogni proiezione. Il calendario dell’operazione punta alla conclusione entro l’inverno; la difesa del Monte, affidata alle sue offerte sulle altre banche, matura più tardi. Chi si muove per primo determina il campo su cui l’altro dovrà giocare. Il tavolo discute come se ci fosse tempo per contrattare le condizioni del dopo; la sequenza dei fatti dice invece che l’esito si forma prima, e altrove, mentre a Siena si redige con precisione l’inventario di ciò che si rischia di perdere.

Non è un rimprovero all’unità: è un’osservazione sulla sua natura. Un fronte compatto che descrive con esattezza il danno è più onesto di uno che grida slogan; ma resta un fronte che descrive, non che decide. Finché alla domanda “chi fa da garante” non si potrà rispondere con un nome e con un potere — non con una riunione, non con un accordo di rilancio, non con la promessa di rivedersi — il tavolo permanente sarà esattamente ciò che il suo nome dichiara: permanente. Cioè aperto. Cioè irrisolto. La sua durata non è la prova della sua forza: è la forma stessa della domanda che non trova risposta.

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