Se Elly Schlein fa il semaforo
Mario Lavia su Linkiesta attribuisce un ruolo a Elly Shlein. Secondo Machiavelli, una delle virtù del Principe consiste nel saper scansare le trappole. È una delle tante cose che Corrado e Natalia Augias osservano nel recentissimo “L’uomo che inventò la politica” (Einaudi), un bellissimo dialogo tra il grande giornalista e la figlia, com’è noto, anch’essa del mestiere, corrispondente da Londra per la Rai. Un libro che parla anche del presente, perché questa è la forza dei classici: le loro lezioni resistono al tempo e continuano a svelare i meccanismi della politica di oggi. Scansare le trappole è necessario. Ma non è detto che sia sufficiente.
Pensando a questo, viene da dire che sembra che la segretaria del Partito democratico abbia fatto propria l’antica lezione machiavelliana: non forzare gli eventi quando il tempo può lavorare per te. Comprare tempo. Lasciare che le acque si calmino invece di agitarle con una decisione prematura.
Il fattore tempo, nella riflessione del segretario fiorentino, è centrale: chi non ha ancora le condizioni per imporre la propria volontà può almeno evitare di peggiorarle. Così la segretaria bolognese evita di prendere decisioni capaci di alterare il corso delle cose. Lascia che gli eventi facciano il loro lavoro, confidando che domani le condizioni possano essere più favorevoli di quelle di oggi. È la tattica dell’opossum, quel fingersi morti che tante volte le è stato attribuito: mentre gli altri si agitano, lei resta ferma. Gli avversari interni si accalorano, ma alla fine – sembra essere il ragionamento – che cosa possono davvero fare?
Per Schlein, dunque, il gioco può valere la candela. Aspettare. Non rischiare. Lasciare che siano gli altri a consumare energie e posizioni. Persino al Nazareno c’è chi riesuma la vecchia gag di Corrado Guzzanti su Romano Prodi: «Fermo, tranquillo… Come un semaforo».
Il problema è che, in politica, anche il tempo ha un costo. E non sempre lavora per chi la tira in lungo. Lo dimostra proprio il campo largo, che continua ad apparire impallato dalla figura ingombrante di Giuseppe Conte. Per parafrasare Dino Risi a proposito di Nanni Moretti, viene da dire all’avvocato: «Spostati, fammi vedere il film».
Il punto non è soltanto che l’ex premier detti l’agenda. È che il Pd non fa nulla per non subirla. Eppure bisognerebbe cominciare a preoccuparsi. Il Financial Times si poneva appunto la domanda se, a fronte delle difficoltà di Giorgia Meloni, il centrosinistra fosse pronto per governare: con l’esplicita risposta che no, non lo è. E il Corriere della Sera, che continua a pubblicare editoriali critici verso Schlein – due giorni fa Antonio Polito, ieri Paolo Mieli, che pure è, o è stato, gran sostenitore di Elly – e il clamoroso sondaggio di Nando Pagnoncelli, che dà il Pd sotto il venti per cento, dovrebbero scuotere la segretaria, che continua con i suoi comizi, ripetendo sempre le stesse cose. Come ieri a Bruxelles: benissimo l’europeismo nel nome di David Sassoli. Ma le armi all’Ucraina il governo del campo largo le darà o no?
È qui che la prudenza machiavelliana rischia di rovesciarsi nel suo contrario. Scansare le trappole è una virtù. Ma una politica che si limita a scansarle può finire per non andare da nessuna parte. E allora, ecco le domande: perché Schlein non convoca il mitico tavolo del campo largo per fissare una tabella di marcia su programma, regole, primarie, tempi? Perché non assume lei l’iniziativa, invece di aspettare che siano Conte e gli altri a definire il terreno sul quale il Pd dovrà poi muoversi?
Macché. Oggi la segreteria, venerdì la direzione. Si prende tempo. La tattica, evidentemente, è arrivare all’assemblea nazionale, ottenere la proroga del mandato, evitare rotture, andare alle primarie e giocarsi lì la partita della vita per Palazzo Chigi.
È una tattica, appunto. Ma non è ancora una politica. Soprattutto c’è una differenza che conviene ricordare: il Principe di Machiavelli sapeva quando aspettare e quando agire. Schlein, per ora, sembra saper fare solamente la prima cosa. Un semaforo. Ma lei non è Romano Prodi. Tantomeno Machiavelli





