Scende in campo la Cina: missili antiaerei per l’Iran per sfidare lo scudo di Trump
Ariel Piccini Warschauer.
Il Grande Gioco del Medio Oriente non si ferma con la tregua, cambia solo frequenza. Mentre i motori dei jet americani si raffreddano un po’ dopo il temporaneo cessate il fuoco concordato tra Donald Trump e Teheran, l’intelligence di Washington accende una luce rossa su una rotta clandestina che unisce la Cina alle basi dei Pasdaran. Secondo fonti qualificate dell’amministrazione USA, Pechino si starebbe preparando a consegnare sistemi di difesa aerea mobile all’Iran entro poche settimane.
Il cuore della fornitura riguarda i MANPADS (Man-Portable Air-Defense Systems), micidiali lanciatori a spalla capaci di abbattere velivoli a bassa quota. Non sono armi strategiche nel senso classico del termine, ma rappresentano la perfetta minaccia asimmetrica. In un teatro dove la superiorità aerea statunitense è totale, questi “giocattoli” tecnologici cinesi possono trasformare ogni decollo di elicottero o drone in una roulette russa. Ma è il metodo a preoccupare gli analisti di Langley. Pechino, fedele alla dottrina della deniability (la negazione plausibile), starebbe orchestrando un balletto logistico attraverso paesi terzi. L’obiettivo è cancellare le impronte digitali sui container, facendo apparire le forniture come triangolazioni di mercato nero o passaggi tecnici tra nazioni amiche, schermando così il ruolo diretto della Repubblica Popolare.
La mossa di Xi Jinping è un capolavoro di equilibrismo geopolitico, o forse di estremo cinismo. Da un lato, Pechino rivendica con orgoglio il ruolo di “grande mediatore” per aver favorito la fragile tregua dei quindici giorni; dall’altro, sembra intenzionata a riarmare il partner iraniano proprio mentre quest’ultimo approfitta del silenzio delle armi per colmare i vuoti nei propri arsenali.
La risposta di Pechino è un copione già scritto:
“La Cina è responsabile e affidabile, si tratta di accuse infondate, e di sensazionalismo americano”.
Eppure, il tempismo è tutto. La rivelazione arriva pochi giorni dopo l’ultimatum di Trump: tariffe del 50% per chiunque fornisca hardware militare a Teheran. Un bazooka economico che il tycoon ha sfoderato per blindare il cessate il fuoco, ma che Pechino sembra intenzionata a testare nei fatti.
Il paradosso si consumerà il prossimo mese, quando Trump volerà in Cina per incontrare Xi Jinping. Il tavolo dei negoziati sarà affollato: La minaccia del 50% pende come una mannaia sull’export cinese. E Washington sospetta che l’Iran stia usando Pechino come polmone per respirare e riarmarsi. La Cina dal canto suo, vuole dimostrare che il Medio Oriente non è più un cortile esclusivo degli Stati Uniti.
La consegna di questi missili, se confermata, non sarebbe solo un aiuto militare all’Iran, ma un messaggio diretto a Trump: la tregua non è una resa, e Pechino non ha intenzione di restare a guardare mentre gli USA ridisegnano i confini della regione a colpi di sanzioni. Nel frattempo, i radar americani restano accesi, cercando di tracciare navi che ufficialmente non trasportano nulla, ma che potrebbero cambiare l’esito del prossimo scontro.





