Ranucci, Report e la questione del merito dei nuovi conduttori
Guia Soncini su Linkiesta non le manda a dire a Sigfrido Ranucci, a cui ricorda alcune cose. Nel giugno 2025, Ranucci condivide indignato e con tutte maiuscole una lettera di richiamo che gli ha osato inviare il direttore di rete per una roba che qualunque dipendente Rai (qualunque dipendente di un mezzo di comunicazione il cui contratto lavorativo preveda una clausola di esclusiva) sa di non poter fare: essere andato in programmi di altre emittenti senza preventiva autorizzazione.
Il tribuno posta indignato – «DOPO 27 ANNI HO VINTO UN PROVVEDIMENTO DISCIPLINARE», maiuscole sue – e il popolo risponde pavlovianamente: nessuno di coloro che sono lesti a difendere l’attentato alla libertà di Ranucci nota che quello non è un provvedimento disciplinare, è una lettera interna che si conclude con le blande parole «La invitiamo pertanto, per il futuro, anche in considerazione del ruolo da Lei rivestito, a porre maggiore attenzione all’osservanza delle normative aziendali».
Come si permettevano di richiamare lui che era non solo conduttore ma simbolo, non solo giornalista ma tribuno, non solo stipendiato ma battitore libero, implicava Ranucci e gli facevano eco i suoi fedeli. Le più fesse di noi (io) si mettevano a discutere coi fedeli spiegando come funzionano le clausole di esclusiva: come interrompere la liturgia dicendo che il corpo di Cristo è farina e acqua.
Le meno fesse di noi pensavano, della Rai e delle infedeli: come ti viene in mente, non lo sai che poi è peggio, non lo sai che poi fa il martire. Che poi è la stessa obiezione che si può fare alla sua rimozione da “Report”: lascialo lì a condurre mentre molti lo guardano pensando alle vongole sgusciate. Certo, gli altri continueranno a considerarlo il loro ayatollah con camicia sbottonata.
Sempre da “Mad as hell”, citerò anche Stephen Colbert, che degli Howard Beale del mondo dice questo: «Condividono un atteggiamento, che è: ti dico io cosa pensare. È quella cosa lì che prefigura tutto: ti dico cosa pensare e come sentirti».
Ho perso il conto delle interviste di Ranucci, del suo paragonarsi un giorno a Guccini e un altro a Falcone, del suo dire che volevano mandarlo in Egitto per fargli fare la fine di Regeni (o magari l’animatore in un Club Med a Sharm El Sheik, vassape’), del delirio di onnipotenza che ha colto questo Howard Beale al pecorino.
E non so se perdonerò a questa storia di avermi costretta a dedicare più di cinque secondi d’attenzione a “Report”, un programma che m’interessa così tanto che ero convinta lo conducesse ancora la Gabanelli. Però, visto che ormai ho perso tempo a leggere di Ranucci, vorrei mettere in fila un paio di obiezioni all’ultimo post che leggo prima di scrivere questo articolo (per quando voi leggerete, ci saranno senz’altro ulteriori arringhe ranucciche: è impossibile essere aggiornati su questa fucina di cazzate).
Premessa: uno dei due tizi che sono stati scelti per sostituirlo alla conduzione è quello che prese una testata in faccia andando a rompere i coglioni a dei mafiosi sull’uscio di casa. I meno corrivi di noi dissero che forse era la volta che il giornalismo dell’invadenza si dava una calmata. I più prendersisulseristi di loro dissero che era un grave attentato alla libertà d’informazione (uno dei trecento al giorno).
Nel compilare la sua letterina a questo tizio, Ranucci improvvisamente diventa uno di noi orrendamente scettici sulle minacce alla libertà dei programmi televisivi fatti da urlatori di domande scomode: «È stato un percorso lungo. Non ho avuto la disgrazia di prendere una testata da un mafioso», dice il bel Sigfrido, improvvisamente ironico sugli inviati che vanno a cercarsi il martirio, padri fondatori della reportologia.
Lo dice al termine d’una interessante contrapposizione: «La Rai ha giustificato la vostra nomina a conduttori richiamando un concorso vinto. Si è dimenticata di specificare quale: un concorso pensato per coprire i buchi di organico nelle redazioni dei Tg regionali, che valuta la capacità di stare in video e leggere un testo di un minuto. Non la capacità di dirigere un programma di prima serata di 160 minuti di inchieste. Io sono entrato in Rai trentasei anni fa, come assistente ai programmi. Poi programmista regista, redattore al Tg3, quindi a Rainews24, inviato nei Balcani [prosegue elencando il suo curriculum per molte righe]».
Ora, tutto bene, non fosse che un concorso minore, per coprire i buchi di organico, per i tg regionali, per (è l’implicazione ranuccica) poveri sfigati, quel concorso lì è comunque un modo di entrare alla Rai meno imbarazzante di «davo lezioni di tennis alla segretaria di un dirigente» (l’ha raccontato Ranucci nel suo tronfio memoire, quello del quale nessuno si scandalizzò perché eravamo in pieno Concilio Ranucciano Secondo).
Quando Ranucci scrive a colui che osa avere l’ambizione di condurre “Report” «Il merito non fa rumore quando arriva. Fa rumore solo quando qualcuno prova a scavalcarlo», io me lo vedo, solo nel suo guardaroba di camicie sbottonate, che chiede a ChatGPT di dargli ragione, di confermargli che gliela stanno facendo proprio sporca, e Chat ubbidisce, fedele come i fedeli sebbene la sua fede(ltà) sia artificiale.
«Non ferisce chi non ti deve nulla. Ferisce chi ti doveva tutto e ha scelto di non ricordarlo», insiste Sigfrido GPT. «Non è mediocre chi non ce l’ha fatta. È mediocre chi ce l’ha fatta senza essersela guadagnata», conclude quel fine prosatore del bel Sigfrido, e a me viene il sospetto che la differenza tra Ranucci e Howard Beale non stia tanto nel ranuccico non essere abbastanza scomodo, e nel non esserci alla Rai una dirigenza spietata come quella di “Quinto potere”, da decidere di farlo ammazzare per fare share (questo è il punto che di sicuro arriva qualche analfabeta funzionale a sintetizzare come: Sorcioni invoca l’assassinio di Ranucci).
Neanche nel fatto che Ranucci si percepisca già nel finale alternativo evocato da Ray Bradbury cinquant’anni fa, quello in cui Howard Beale ha i funerali di Stato e dopo tre giorni risorge. (Al regista, Sidney Lumet, l’idea piacque moltissimo perché così avrebbero potuto fare il seguito).
Non c’è differenza tra il bel Sigfrido e il Beale descritto nel trattamento iniziale dallo sceneggiatore Paddy Chayefsky, «C’è un tizio che è innamorato del proprio ruolo nella storia». Ma ce n’è tantissima tra l’inefficacia delle frasette artificiali del bel Sigfrido, e quel «Sono incazzato nero, e tutto questo non lo accetterò più» con cui Howard Beale è rimasto per cinquant’anni il più indimenticabile dei megalomani. C’erano una volta i professionisti: ai poveri Beale di oggi tocca farsi scrivere i dialoghi dai dilettanti, e questo è il risultato.


