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Raffaello Vanni, dopo Manetti un altro grande senese alla Biennale dell’Antiquariato di Firenze

Andrea Bianchi Sugarelli.

Nel 2022 toccò a Rutilio Manetti. Oggi, alla Biennale Internazionale dell’Antiquariato di Firenze, è la volta di Raffaello Vanni. I grandi pittori senesi del Seicento continuano a riaffiorare nei luoghi più alti del mercato e della conoscenza, riaccendendo insieme lo sguardo degli studiosi, il desiderio dei collezionisti e, talvolta, l’interesse delle istituzioni pubbliche.

Quattro anni fa, proprio alla Biennale fiorentina, fu individuata una straordinaria Allegoria delle quattro stagioni di Rutilio Manetti, poi acquisita dal Ministero della Cultura per la Pinacoteca Nazionale di Siena. Databile intorno al 1620, la tela rappresenta uno degli esiti più alti del maestro senese, capace di fondere la tradizione figurativa locale con le suggestioni del naturalismo caravaggesco in una costruzione di forte intensità simbolica e pittorica. Oggi quell’opera, dopo il passaggio sul mercato antiquario, si prepara a entrare stabilmente nel percorso espositivo della Pinacoteca, diventando uno dei cardini della futura sezione dedicata al Seicento senese.

È difficile non pensare a quel precedente guardando alla XXXIV Biennale Internazionale dell’Antiquariato di Firenze, in programma a Palazzo Corsini da domani, 26 settembre, al 4 ottobre 2026, dove Siena sarà rappresentata da un altro dipinto di eccezionale qualità: Ulisse e Circe sull’isola di Eea di Raffaello Vanni, presentato dalla Galleria Romigioli Antichità. Anche in questo caso si tratta di un’opera ancora in collezione privata, e anche in questo caso siamo di fronte a una tela che appartiene al punto più alto della maturità del suo autore.

Naturalmente ogni storia è diversa, e nessuno può dire se anche il dipinto di Vanni conoscerà un esito pubblico simile a quello del Manetti. Ma il confronto si impone da sé: entrambe le opere raccontano la vitalità di una scuola pittorica che per troppo tempo è stata letta in secondo piano rispetto ad altri grandi centri italiani, e che invece continua a rivelare capolavori di livello europeo.

Nato a Siena nel 1595, figlio di Francesco Vanni, Raffaello appartiene a una stagione decisiva della pittura senese, quando la tradizione cittadina si misura con il classicismo romano e con la grande decorazione barocca. Formatosi nella bottega paterna, consolidò poi la propria cultura figurativa a Roma, nel clima dei Carracci e di Guido Reni, assimilando quella misura narrativa e luminosa che nella capitale trovava una delle sue espressioni più alte. Lavorò per i Medici, per i Patrizi e per il cardinale Fabio Chigi, il futuro Alessandro VII, prima di rientrare stabilmente a Siena.

Ulisse e Circe si colloca tra il 1641 e il 1644, nel pieno di questa stagione romana. Il soggetto mitologico offre a Vanni l’occasione per una pittura colta, costruita su equilibrio compositivo, tensione narrativa e finezza cromatica. Nella tela si avvertono suggestioni di Pietro da Cortona e di Nicolas Poussin, ma filtrate attraverso una sensibilità che resta profondamente senese per nitore, misura e qualità del disegno. È un Seicento lontano dagli eccessi, capace di trasformare il mito in una scena di intelligenza visiva e di meditata eleganza.

La Biennale fiorentina, nata nel 1959 dall’intuizione dei Bellini dopo un primo esperimento del 1953, resta la più importante mostra-mercato italiana dedicata all’arte antica e una delle principali al mondo. La sua storia coincide in parte con quella dell’Italia del dopoguerra: la riscoperta dell’antiquario come conoscitore, il rapporto delicato tra tutela e mercato, il ruolo di Firenze come capitale internazionale del gusto. Ancora oggi la manifestazione conserva questa centralità grazie a un rigoroso vetting scientifico e a una selezione di opere che ne fanno un osservatorio privilegiato sulla qualità.

L’edizione 2026 si annuncia particolarmente ricca, fra incontri, mostre collaterali e aperture straordinarie nei musei cittadini. Ma per Siena il ritorno di un grande dipinto di Raffaello Vanni in una vetrina di tale livello ha un significato ulteriore. Come accadde nel 2022 con il Manetti, anche stavolta la Biennale diventa il luogo in cui un maestro del Seicento senese riemerge all’attenzione generale e torna a misurarsi con lo sguardo del presente.

Resta naturalmente una domanda, affascinante quanto inevitabile: Ulisse e Circe seguirà il destino dell’Allegoria delle quattro stagioni, trovando un approdo pubblico e magari senese? È presto per dirlo. Ma già ora la sua presenza a Palazzo Corsini basta a ricordare che la pittura senese del Seicento non appartiene soltanto alla memoria degli studi: è ancora materia viva, capace di imporsi, con autorevolezza silenziosa, nella scena più alta dell’antiquariato europeo.

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