Quel pasticciaccio brutto dell’attentato a Ranucci, ma non seguiamo il Metodo Report
Sul Riformista, Giuliano Cazzola commenta il caso Report. Diciamoci la verità: lo stato dell’arte dell’inchiesta sull’attentato dinamitardo a Sigfrido Ranucci era diventato insostenibile per la Procura di Roma. Gli inquirenti avevano agito con grande efficacia scovando i presunti bombaroli e associandoli alle patrie galere; poi erano risaliti al mandante, Valter Lavitola, per il tramite di un gigante nero – un sosia di Lothar, l’assistente del mago Mandrake del fumetto, incaricato di arruolare i dinamitardi invero un po’ pasticcioni – riparato in tutta fretta in Camerun.
Un’operazione brillante, non c’è che dire. Ma tutto si era fermato nel momento in cui erano emersi i legami di collaborazione e di amicizia tra il faccendiere e il giornalista/conduttore. Tanto che il secondo si era incaricato di difendere il primo. Così il sospetto mandante di un attentato (non ancora qualificato come “dimostrativo”) ha circolato per settimane in libertà, senza che si svolgessero i passi consueti nel proseguimento delle indagini nei suoi confronti e del transfuga in Camerun.
A questo punto, gli inquirenti si saranno chiesti che fare dell’inchiesta: ammettere di essersi sbagliati e chiedere l’archiviazione oppure dar corso a quegli atti (l’arresto di Lavitola e del suo guardaspalle) che non potevano restare sospesi, vista la gravità delle accuse, con tutto quel che segue come indicato nell’ordinanza (il pericolo di fuga e la manomissione delle prove) sulla custodia cautelare nel carcere di Rebibbia. L’ipotesi che l’attentato fosse il frutto di un accordo fraudolento tra Ranucci e Lavitola va dimostrata con solide prove, evitando lo sbrigativo e allusivo metodo Report.





