Quanti medici in campo e tutti hanno una ricetta per guarire il disagio dei giovanissimi
In questi giorni di guerriglia giovanile si ascoltano e si leggono tante ricette. Anche Claudio Velardi, sul Riformista, ne ha una.
Due giorni di guerriglia a Milano, 271 persone in questura solo domenica, di cui 220 minorenni, vetrine sfondate a colpi di monopattino e ragazzini di dodici anni che si filmavano a vicenda. Con la politica, il giorno dopo, a parlare d’altro. Sala dice che gli agenti erano pochi. Piantedosi risponde che i numeri erano giusti. Fontana parla di razzie, Meloni convoca un vertice a palazzo Chigi per “ulteriori strumenti”, come se non bastasse il fermo preventivo del decreto sicurezza, applicato domenica a 174 persone mentre le vetrine saltavano. Il solito vuoto delle parole: a sinistra si evoca il disagio delle periferie, a destra la mano dura. Il teatrino classico in cui ciascuno cerca il colpevole in casa dell’avversario, e nessuno guarda in faccia i ragazzi.
Perché il punto sono loro. Quelli di via Torino non parlavano di carovita, di benzina o di tasse. La piazza era stata convocata da un account Instagram nato il 4 ottobre che copiava le parole d’ordine francesi. Anche se in Francia il movimento è nato nei licei delle banlieue per avere classi meno affollate e più professori: cose reali, giuste o sbagliate che fossero. Da noi è andata in scena una recita selvaggia e senza ombra di trama. Sabato il centro di Milano è diventato un set, domenica è stata girata la seconda puntata. Ma non si sfonda una vetrina per un paio di jeans, lo si fa perché il gesto rende sullo schermo e per un attimo ti fa sentire qualcuno. La violenza non era il mezzo, era il contenuto. E serviva a riempire un vuoto.
Quel vuoto non lo ha scavato il governo e non lo riempie il Viminale. Lo scava, giorno per giorno, l’assenza di chi dovrebbe educare. Troppi genitori non sanno dove sono i figli il sabato pomeriggio, ma davanti a un brutto voto corrono a scuola a litigare con il professore invece di chiedere conto al ragazzo. E troppi insegnanti hanno smesso di pretendere e di bocciare, perché costa fatica e nessuno li difende, a cominciare da quegli stessi genitori. Un adulto che dice di no, che fissa un limite, che pretende qualcosa, è esattamente ciò che a quei ragazzi manca. Non la polizia, non un’altra norma penale, non un sociologo.
In Francia, da un anno, i danni fatti da un minorenne li paga in automatico chi doveva sorvegliarlo. Non è vendetta, è pedagogia. In Italia la norma c’è da sempre, ma resta sulla carta, perché nessuno si assume mai la responsabilità di niente e la si scarica sempre un piano più su. Un quindicenne che spacca una pensilina del tram e la posta in diretta ha fatto una cosa sbagliata, e qualcuno doveva insegnarglielo prima. Finché Sala e Piantedosi si contano gli agenti, e genitori e insegnanti si rimpallano i ragazzi, il set resterà lì, pronto per la prossima puntata.





