Quando la guerra è legittima, l’insegnamento laico di un teologo
Vito Mancuso interviene su La Stampa per chiarire alcune interpretazioni del precedente articolo dedicato al rapporto tra Papa Leone XIV e la pace, respingendo l’idea che le sue posizioni possano essere lette come una giustificazione della guerra. A sostegno della sua tesi richiama il Compendio della dottrina sociale della Chiesa, secondo cui una guerra di aggressione è sempre immorale, ma uno Stato aggredito ha il diritto e il dovere di difendersi, anche con l’uso delle armi. Mancuso distingue quindi tre diverse concezioni della pace. La prima considera la guerra una realtà permanente e vede la pace solo come una tregua temporanea. La seconda, fondata sulla nonviolenza assoluta, sostiene il disarmo e il rifiuto di ogni uso delle armi. La terza, alla quale l’autore dichiara di aderire, considera la guerra una patologia da evitare ma ritiene legittimo e talvolta doveroso l’impiego della forza per difendere i cittadini e preservare la pace. Secondo Mancuso, questa terza impostazione è quella prevalente nella tradizione filosofica e teologica occidentale, da Agostino e Tommaso d’Aquino fino a Norberto Bobbio, e riconosce alle Forze armate un ruolo di garanzia della sicurezza collettiva. La pace e il disarmo restano l’obiettivo finale, ma devono essere perseguiti attraverso diplomazia, diritto e un percorso graduale, senza ignorare la realtà dei conflitti. Alla luce di questa prospettiva, l’autore giudica problematica l’espressione usata da Papa Leone XIV sulla pace “disarmata e disarmante”: efficace sul piano comunicativo, ma a suo avviso distante dal realismo etico e dalla stessa tradizione cattolica. La pace, sostiene, deve essere considerata un ideale regolativo che orienta l’azione politica e sociale. Per Mancuso la nonviolenza rappresenta un dovere per i singoli individui, mentre attribuire allo Stato lo stesso compito significherebbe confondere ambiti diversi e mettere in discussione il principio di laicità.





