Ponte Morandi, la giustizia sarà compiuta solo se il crollo diventerà un evento irripetibile
Maurizio Maggiani su La Stampa riflette sulla sentenza per il crollo del Ponte Morandi, osservando che, pur in presenza di condanne per dirigenti, funzionari e responsabili, è difficile affermare che la giustizia sia stata pienamente compiuta. L’autore riconosce che il carcere rappresenta l’ultima e più radicale espressione della giustizia, una risposta che può apparire adeguata nei confronti delle vittime, dei loro familiari e dell’intera comunità. Tuttavia, sostiene che una pena detentiva, per quanto congrua, non esaurisca il debito contratto con chi ha subito quella tragedia. Per Maggiani, la giustizia sarà davvero compiuta solo se il crollo del Morandi diventerà un evento irripetibile. Ciò significa intervenire sulle cause profonde che hanno reso possibile la tragedia, a partire da un modello in cui la ricerca del profitto e la distribuzione dei dividendi finiscono per prevalere sulla tutela della vita e sulla qualità del servizio reso alla collettività. Il “mandante morale” della strage, scrive, va ricercato proprio in questa logica. L’espressione “Mai più un Morandi”, aggiunge, non può restare una speranza o un’invocazione, ma deve trasformarsi in una certezza garantita dalle regole e dall’azione pubblica. Solo così la giustizia potrebbe dirsi realmente realizzata. C’è poi un altro aspetto: la memoria. Il compito di mantenerla viva non spetta ai tribunali, ma alla comunità. Monumenti e mausolei, osserva, rischiano di diventare contenitori vuoti e dimenticati. La memoria del Ponte Morandi deve invece continuare a essere “brace”, capace di produrre effetti nel presente. In questo senso, Maggiani individua nel nuovo Ponte San Giorgio l’esempio più concreto di una memoria viva: un’opera che attraversa le macerie del passato e che, grazie alla sua funzione e alla sua solidità, rappresenta l’idea di futuro che la giustizia dovrebbe contribuire a costruire.





