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Pierre de Coubertin, l’etica dello sport come strada per una rinascita civile

Andrea Galli.

Nel ricordare Charles Pierre de Frédy, barone di Coubertin, scomparso il 2 settembre 1937, è impossibile non cogliere la forza etica che ha animato la sua visione. Fondatore dei Giochi Olimpici dell’era moderna, può essere definito non solo come uomo di sport, ma soprattutto come pensatore che ha saputo trasformare la competizione atletica in un progetto morale e sociale. 

La sua visione, sviluppata tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, si fondava su un principio tanto semplice quanto rivoluzionario: educare attraverso lo sport, formare cittadini migliori attraverso la disciplina, il rispetto e la lealtà.

Egli, infatti, intendeva lo sport come scuola di vita e laboratorio di virtù civiche, in cui esaltare valori e principi come la meritocrazia, intesa come vittoria frutto dell’impegno, non del privilegio; l’universalità, espressione di un confronto leale che può diventare ponte tra i popoli del mondo; l’educazione civica, poiché lo sport è una scuola di responsabilità, disciplina e rispetto nei confronti dell’avversario e quindi verso il prossimo; la crescita interiore, intesa come percorso personale finalizzato al miglioramento dei propri risultati e di sé stessi e di conseguenza al progresso della comunità e della collettività sociale; l’armonia, intesa  come equilibrio tra corpo, spirito e mente, tanto nel campo di giuoco quanto quale fondamento della vita pubblica; la lealtà e il rispetto verso il bene comune, poiché il fair play non appartiene solo ai campi da giuoco, ma si misura anche nel rispetto delle regole civiche, della cosa pubblica e della convivenza democratica; la partecipazione e la crescita collettiva, perché l’idea che mettersi in gioco sia più importante del solo risultato individuale rispecchia lo spirito di una comunità che cresce quando cerca di non lasciare indietro nessuno. 

In un tempo, come quello attuale, che troppo spesso premia la velocità più che la profondità, Pierre de Coubertin ci ricorda che la vera vittoria è quella che riesce ad innalzare l’individuo e la comunità insieme e che il rispetto delle regole condivise può ancora essere un faro di speranza e un ponte tra le culture. Nell’epoca che stiamo vivendo, in un contesto economico, sociale, economico e politico segnato da disuguaglianze, polarizzazioni e crisi di fiducia, il suo messaggio appare più attuale che mai, poiché la sua idea di fratellanza universale e di educazione morale attraverso l’azione può diventare un antidoto alla frammentazione sociale e alla perdita di senso civico.

In un mondo che spesso confonde successo con potere, Pierre de Coubertin ci invita a riscoprire il valore del merito, della solidarietà e della responsabilità come basi per una società più giusta, in cui le istituzioni pubbliche e private, al pari degli atleti, competano per migliorare se stesse ma soprattutto per il bene comune, rispettando le regole. 

Pierre de Coubertin, quindi, ci ha lasciato in eredità un messaggio di governance etica che attraversa il tempo: la competizione non è guerra, ma dialogo; la vittoria non è dominio, ma crescita; la rinascita morale precede sempre quella materiale. In definitiva, una comunità che educa al rispetto e alla lealtà costruisce anche prosperità e stabilità.

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