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Passeggiate romane, la tomba del fornaio e sua moglie

Luciano Luciani.

A Roma, nel quartiere Prenestino-Labicano, davanti a Porta Maggiore è collocata una  tomba destinata a contenere le spoglie del fornaio Marco Virgilio Eurisace e di sua moglie Atitia. Ha una forma trapezoidale e misura  oltre 7 metri in altezza e 22 x 33 metri nei suoi lati maggiori. Il tumulo, progettato per essere inserito nello spazio tra le antiche vie Labicana e Prenestina, realizzato in tufo dell’Aniene e travertino, risale alla tarda età repubblicana o all’inizio di quella augustea. Rinvenuto nel 1838, sotto il pontificato di Gregorio XVI (1831-1846), in occasione dell’abbattimento di una torre di guardia delle mura aureliane, è un’ importante opera architettonica che costituisce anche una significativa testimonianza della rilevanza economica e sociale rivestita dai panificatori romani al tempo di Cesare e Cicerone: una professione importante e diffusa, la loro, anche se non godeva, forse, del prestigio sociale che i grandi panificatori rivestivano nell’Atene di Pericle quando Tearione, maestro nell’impastare e cuocere il pane, era definito da Platone “ammirevole terapeuta dei corpi”. Comunque, al tempo di Augusto si contavano a Roma ben 329 panetterie e il Collegium pistorum era una importante corporazione a cui erano affidate le elargizioni pubbliche e gratuite di pane alla plebe romana: uno strumento di non poco peso nel determinare gli orientamenti, le simpatie, gli umori del popolino che abitava la capitale dell’impero. È la famosa politica del panem et circenses (pane e giochi del circo), Satire, 10, 81: così il ciociaro e corrucciato Giovenale (Aquino, 55–140 ca) ebbe a definire la politica degli imperatori romani che volevano sazio e tranquillo il sottoproletariato dell’Urbe. Insomma, nihil sub sole novi (niente di nuovo sotto il sole): una modalità della politica ancora diffusa e addirittura imperante ai nostri giorni.

Ma torniamo a Eurisace. Orgoglioso della propria professione e a essa riconoscente, questo panificatore romano volle che il sepolcro di famiglia fosse decorata con gli elementi caratteristici del suo lavoro: a partire dall’urna contenente le spoglie della sposa, realizzata a forma di panarium, ovvero il canestro atto a contenere il pane. Nell’epigrafe, scritta in un latino arcaico, si legge: Fuit Atistia uxor mihei, femina opituma vexisit, quoius corporis reliquiae, quod superant, sunt in hoc panario (Fu Atistia a me moglie; visse da donna eccellente; i resti del suo corpo, quanti ne rimangono, sono raccolti in questo paniere).

Nel bassorilievo in alto, distinto in tre parti, che gira intorno al monumento a mo’ di fregio, sono rappresentate tutte le fasi del procedimento di panificazione: pesatura e molitura del grano, setacciatura della farina, preparazione dell’impasto, pesatura, infornata e vendita del pane. Su tre lati del monumento funebre, in basso, ripetuta tre volte compare l’iscrizione Est hoc monimentum Marcei Vergilei Eurysacis pistoris, redemptoris, apparet(oris)… (Questo sepolcro appartiene a Marco Virgilio Eurisace fornaio, appaltatore, apparitore), da cui risulta che il nostro pistor, probabilmente un liberto, era anche un appaltatore che lavorava per lo Stato, probabilmente per l’esercito, al quale forniva i suoi prodotti, oltre a svolgere la funzione onorifica di apparitore di qualche autorità civile o magistratura religiosa.

Passeggiate romane, la tomba del fornaio e sua moglie

Sembra di essere su Scherzi a parte,

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