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PARERE/Il Mangia e la riflessione da fare sull’assegnazione e sulla composizione del Concistoro

Giulio Pellizzi.

Il punto, conviene dirlo subito, non è Luigi Lovaglio.  Il punto è la Siena contemporanea, quella del Terzo Millennio, della seconda e terza Repubblica. E, soprattutto, il modo con cui Siena talvolta decide di rappresentare se stessa nei passaggi più delicati, oscillando tra l’enfasi e l’imprudenza, tra il bisogno di celebrare e l’incapacità di aspettare che i fatti sedimentino. La Siena degli anni 2000 ha un talento che andrebbe studiato: quello di complicarsi la vita da sola proprio nei momenti in cui basterebbe un briciolo di prudenza per evitare il patatrac.

Per questo il Mangia d’oro conferito a Luigi Lovaglio oggi, più che onorare un protagonista della vita bancaria italiana, finisce per mettere in imbarazzo i palazzi che contano. In particolare quelli che, pur tra dubbi, perplessità e qualche sopracciglio alzato, non hanno trovato la forza – o forse la libertà – di dire un no chiaro, netto, tempestivo. Comune e Magistrato delle Contrade, in questo passaggio, non escono bene. E non perché abbiano premiato un candidato senza valore, questo non è il tema. Escono male perché hanno scelto il tempo sbagliato. E in certe partite il tempo non è un dettaglio, è tutto.  Alla fine, come spesso accade, la velocità dei mercati e la spregiudicatezza del capitalismo bancario hanno giocato l’ennesimo scherzo a Siena, città che dovrebbe aver imparato più di altre quanto sia pericoloso scambiare una fase per un approdo, un passaggio per una conquista definitiva, uno sgambetto per un trionfo. Il cosiddetto risiko bancario, riesploso con la sua brutalità, ha trasformato quello che doveva essere un riconoscimento solenne in un boomerang istituzionale. Non solo per il Concistoro, ma per il significato stesso del premio più prestigioso della città, per il suo valore simbolico e soprattutto per i criteri con cui viene assegnato.

Perché il problema è esattamente questo: che cos’è oggi il Mangia d’oro? Un riconoscimento a meriti consolidati o un attestato di fiducia preventivo? Un’onorificenza civica o una scommessa? Una celebrazione della storia o un investimento sul possibile? Un valore su cui tutti credono davvero o un favore? Perché se la risposta scivola verso la seconda ipotesi, allora siamo fuori strada. E parecchio. Un premio civico non è una medaglia appuntata sull’onda emotiva del momento, non è un investimento relazionale, non è un biglietto da visita da spendere nei salotti buoni del presente sperando in dividendi futuri. Un premio come il Mangia d’oro dovrebbe arrivare quando il merito è consolidato, leggibile, difficilmente esposto ai rovesci di un contesto ancora in pieno movimento. Altrimenti si corre il rischio di fare una cosa molto senese, nel senso peggiore del termine ovvero confondere l’auspicio con il giudizio.

Quando questo sito, Sfogliamo.eu , poche settimane fa anticipò la notizia della massima riconoscenza al direttore generale di Mps, ci fu il consueto campionario locale: increduli, sospettosi, minimizzatori. Poi arrivò l’ufficialità e, con essa, scattò il rito opposto, altrettanto Italo-senese e altrettanto prevedibile cioè quello degli applausi in serie. Le voci pubbliche contrarie o anche solo prudenti furono pochissime. A ricordarlo fa quasi impressione. A memoria, il giornalista Augusto Mattioli, l’ex assessore Paolo Benini, diversi cittadini sui social, qualche senese non disposto a farsi ipnotizzare dalla liturgia degli applausi e desideroso semplicemente di conoscere le motivazioni vere dell’assegnazione. Per il resto, una processione di consensi. Dalla sindaca in giù, passando per politici, ex politici, notabili vecchi e nuovi, aspiranti influenti e professionisti dell’elogio preventivo. Tutti in fila a complimentarsi, a benedire, a ribadire che sì, era giusto, era doveroso, era meritato.

Adesso, però, il vento è cambiato. E come spesso accade da queste parti, quando cambia… allora cambia tutto insieme, con quella tipica energia da fuoco amico che arriva sempre un po’ tardi, ma arriva fortissima. Le critiche anche ieri si sono moltiplicate.  Sono interventi tutti legittimi, beninteso. Ma la domanda resta lì, appuntita e inelegante quanto basta per essere vera: dov’erano prima? Perché il coraggio, a Siena, arriva spesso solo quando il rischio è già diventato evidenza e la prudenza, a quel punto, non costa più nulla? Il coraggio postumo, qui, è una specialità diffusissima.

Il nodo vero, tuttavia, non è il piccolo teatro delle prese di posizione tardive. Il nodo è ciò che potrà accadere da qui al 15 agosto. E non è un dettaglio. In una vicenda bancaria di questa portata, in due mesi può succedere di tutto. Mps potrebbe perdere ulteriore centralità e autonomia, se non addirittura morire così come il nome Siena potrebbe annacquarsi o sparire dentro assetti nuovi, il territorio potrebbe ritrovarsi con una presenza simbolica e occupazionale drasticamente assottigliata, fino ad avere nelle filiali senesi appena 300 dipendenti. Se così fosse, la cerimonia del Mangia rischierebbe di somigliare a una di quelle feste in cui, mentre stappi la bottiglia, ti accorgi che qualcuno ha già spento la luce e portato via i mobili.

Ma è giusto sperare e riconoscere anche l’altra possibilità. Lovaglio potrebbe riuscire in un colpo di reni capace di ribaltare il tavolo, rafforzare la banca, blindarne il ruolo e rilanciare Mps oltre i pronostici più prudenti. È una possibilità. E nessuno serio può negarlo. Anzi, è ciò che tutti si augurano. Lo spera la sindaca Fabio, lo sperano i vertici istituzionali che hanno sostenuto e applaudito pubblicamente questa scelta, lo sperano i promotori del riconoscimento, lo sperano i cittadini, i lavoratori, chi sa che attorno a Mps continua a ruotare una quota decisiva dell’identità e dell’equilibrio economico di Siena. Lo speriamo tutti, in fondo. Perché se Lovaglio riuscisse davvero a sorprendere, a mettere in sicurezza la banca e a restituire a Siena una prospettiva meno malinconica, sarebbe una buona notizia per chiunque abbia a cuore questa città.

Ma il problema resta identico: un’istituzione seria non assegna il suo premio più alto sulla base di ciò che spera accada. Lo assegna sulla base di ciò che è già accaduto.

Ed è per questo che la vicenda apre interrogativi che non potranno essere archiviati con qualche formula di circostanza. Perché la candidatura è stata proposta proprio dal Rettore dell’Università? È stata una scelta pienamente autonoma, maturata all’interno dell’Ateneo, oppure il frutto di una moral suasion esterna, di quel garbato pressing che a Siena non ha mai bisogno di alzare la voce per farsi capire? E ancora: i priori che nutrivano dubbi, perché non li hanno espressi pubblicamente? Perché in questa città, anche quando le perplessità sono diffuse, si preferisce troppo spesso sussurrarle nei corridoi anziché assumersele nelle sedi opportune?

Più in profondità, c’è da chiedersi se dietro questa assegnazione – inedita, perché rivolta a un manager ancora pienamente in campo, immerso in una partita finanziaria aperta e soggetta a mutamenti repentini – vi fosse davvero la convinzione che Lovaglio avesse già “accresciuto in maniera significativa, anche al di fuori dei confini della città, la fama e il prestigio di Siena”, oppure se abbiano pesato altre considerazioni, più utilitaristiche. La domanda è scomoda, ma legittima: siamo di fronte a un riconoscimento maturato sul merito già consolidato oppure anche a una mossa relazionale, a un tentativo di tenere aperte sponde, favorire un clima, coltivare rapporti utili su partite cittadine sensibili, dal rinnovo delle monture al Santa Maria della Scala? Sono interrogativi che una città adulta non dovrebbe avere paura di porsi. Perché certe scorciatoie possono sembrare astute sul momento, ma spesso presentano un conto salato. E Siena, di conti simbolici pagati a caro prezzo, ne sa già abbastanza.

C’è poi un altro punto, e qui non si può davvero fare finta di nulla: il Gruppo Stampa Autonomo. Non è un dettaglio secondario, non è una nota di colore per addetti ai lavori, non è una parentesi polemica da liquidare in fretta. È un nodo centrale di questa storia, perché riguarda il meccanismo stesso con cui si arriva all’individuazione dei candidati ai pubblici riconoscimenti. Qualcuno dovrebbe spiegare con chiarezza per quale ragione il Gruppo Stampa Autonomo Siena sieda nella commissione ristretta che presenta i candidati ai pubblici riconoscimenti. Perché? In nome di quale rappresentatività? Di quale investitura? Di quale effettiva autorevolezza professionale?

La questione non è personale, ma pubblica. E riguarda la qualità del sistema. Se, come osserva un giornalista professionista senese che conosce bene l’ambiente, quel gruppo è composto in larga parte da persone che nella vita fanno altro, come professione principale, allora il problema va posto senza ipocrisie: che cosa ci fa un organismo del genere dentro un passaggio così delicato e simbolicamente rilevante? Per quale motivo ha voce, peso o anche soltanto presenza in una procedura che riguarda il più alto riconoscimento civico della città mentre altre istituzioni primarie della vita cittadine sono escluse? Onestamente il gruppo conserva un ruolo che appare oggi, nella migliore delle ipotesi, quantomeno sproporzionato.

Il problema non è soltanto chi viene premiato, ma come si costruisce il percorso che porta al premio. E se quel percorso appare opaco, datato, poco rappresentativo o viziato da automatismi che nessuno si prende più la briga di discutere, allora il boomerang di oggi non è un incidente, è il sintomo di una macchina che non funziona più come dovrebbe.

Questo probabile autogol dovrebbe almeno servire a una cosa utile: rimettere mano al regolamento del Mangia d’oro e al meccanismo con cui si arriva alla scelta. I criteri appaiono obsoleti, o comunque insufficienti a proteggere il premio da forzature, accelerazioni e letture troppo contingenti. Anche la composizione di chi segnala, orienta e presenta i candidati dovrebbe essere ripensata con maggiore rigore. Perché un simbolo cittadino o è custodito con sobrietà e autorevolezza, oppure diventa una faccenda da cerimoniale amministrato, una liturgia che procede per inerzia e che ogni tanto inciampa nel ridicolo. Se il premio più importante della città deve continuare a rappresentare davvero Siena, allora deve essere sottratto alle ambiguità, alle cooptazioni opache, alle geometrie variabili che producono consenso prima ancora che autorevolezza.

Sia chiaro, ancora una volta: nessuno auspica il fallimento di Lovaglio, né sarebbe intelligente trasformare questa vicenda in una caccia al bersaglio. Sarebbe provinciale, ingiusto e persino autolesionistico. Lovaglio faccia bene, benissimo, sorprenda tutti, tiri fuori dal cilindro la mossa che salva la banca e rimette Siena su una traiettoria meno malinconica. Dopo mezzo millennio di gloria, di cadute e di ferite mai rimarginate del tutto, Mps resta per questa città molto più di una banca, è un pezzo della sua identità, della sua memoria e del suo equilibrio.

Ma proprio per questo il punto non può essere l’uomo. Il punto è il riflesso istituzionale di chi, ancora una volta, ha scelto di correre troppo.

Se le cose andranno bene, Siena avrà corso un rischio inutile. Se le cose andranno male, avrà messo in scena da sola la propria beffa. E il Mangia d’oro a Lovaglio finirà per essere ricordato non come un gesto di fiducia coraggiosa, ma come l’ennesima passerella di un ceto dirigente incapace di distinguere tra il prestigio e la sua messinscena, tra la visione e la fretta, tra l’onore di un riconoscimento e il suo uso disinvolto. Sarebbe una brutta figura non per uno solo, ma per tutti, per il Comune, per il Concistoro, per le istituzioni, per quella città ufficiale che continua a muoversi come se la lezione degli ultimi decenni non fosse bastata.

Siena dice spesso di voler imparare dal passato. Poi però, appena si presenta l’occasione, si comporta come se la memoria fosse un optional. Ha cambiato pelle, forse, ma non sempre metodo. Il “Sistema” magari ha vestiti nuovi, toni più educati, forme più presentabili; eppure il riflesso resta lo stesso: si decide in pochi, si applaude in molti, si dubita in privato e si cade dal pero in pubblico.

Siena non può più permettersi decisioni avventate. Non se vuole difendere quel poco che resta del suo peso, del suo nome, della sua autorevolezza. La beffa, in questa città, è sempre dietro l’angolo. E quando arriva non bussa, entra e si mette a sedere. 

Il problema è che, troppo spesso, siamo noi stessi ad apparecchiarle la tavola

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