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Cultura

Olimpiadi di pace al tempo della guerra

Pile of printed newspapers on blue background

Le Olimpiadi sono ancora, sono mai state, un luogo di pace? A fare oggi questa domanda, così densa di portata simbolica, così carica di aspettativa morale, si rischia certamente di passare per degli ingenui. Il mondo racconta tutt’altro: la pace arretra sistematicamente. Ovunque. E’ la risposta che dà Agnese Pini, direttrice del Quotidiano Nazionale, in un editoriale dove scrive: E anche i Giochi smettono di incarnare soltanto un evento sportivo, tornano a essere ciò che sono sempre stati, in fondo, nei momenti di passaggio della storia: uno specchio. Non tanto di ciò che vorremmo essere, quanto di ciò che siamo diventati. Dunque, riformuliamo la domanda: che tipo di pace siamo in grado di immaginare in un mondo che vive in stato di allerta permanente? Una pace piena e condivisa, o una pace minima, vigilata, che convive con la paura? C’è una soglia oltre la quale lo sport smette di potersi raccontare come uno spazio separato. È la soglia tra un’idea rassicurante di neutralità e un terreno più esposto, attraversato dalle tensioni del presente, in cui parole per lungo tempo compatibili iniziano a urtarsi e a contendersi lo spazio pubblico: la pace, evocata come orizzonte comune, si misura conl’urgenza della sicurezza; lospirito olimpico, fondato sull’incontro e sulla sospensione dei conflitti, si confronta con la necessità della sorveglianza; l’accoglienza, valore fondativo dei Giochi, viene progressivamente bilanciata dal controllo. È il riflesso di un mondo che fatica a tenere insieme apertura e protezione, fiducia e paura”.

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