Ogni dire è sempre un fare, se ne parla al Festival di Luce

Irene Lo Faro (dal suo profilo Instagram)
Il 16 e 17 ottobre, a Palazzo Vecchio, torna il Festival di Luce!, giunto alla sua sesta edizione, con il tema “Accendere il coraggio”. Tra gli ospiti ci sarà anche Irene Lo Faro, filosofa del linguaggio e divulgatrice, che porterà al Festival una riflessione sul potere delle parole e sul modo in cui il linguaggio contribuisce a costruire la nostra realtà. Dalla propaganda alla costruzione del nemico, dall’hate speech al silenzio, fino ai social e all’intelligenza artificiale: un percorso per interrogarsi su ciò che facciamo ogni volta che parliamo, scriviamo o scegliamo di non dire qualcosa. Ne parla a Luce.
Lei è una filosofa del linguaggio: da dove nasce il suo interesse per le parole e per ciò che accade quando le utilizziamo per comunicare?
“Vengo da una famiglia dove si è sempre fatta molta attenzione alle parole, alla scelta di un termine anziché d’un altro, alla correttezza verbale. Parlare bene e parlare con coscienza, perché con le parole ci muoviamo nel mondo. Poi ho studiato a scuola la propaganda e i suoi effetti, lì ho capito che le parole non determinano solo il nostro mondo, ma possono cambiare il mondo altrui. Il linguaggio diventa quindi responsabilità, un’arma in grado di creare campi di sterminio, di spogliare l’altro della sua umanità, bisogna imparare a maneggiarlo con cura. Questo è il mio lavoro”.
Quando una parola o una frase smette di essere soltanto comunicazione e diventa un’azione capace di produrre conseguenze?
“Sempre. Ogni dire è sempre anche un fare: questo insegna Austin, uno dei padri della filosofia del linguaggio. Tutto quello che diciamo non è semplicemente pronunciato e muore là: noi possiamo fare domande e ottenere risposte, ordinare del cibo e ricevere quel cibo, possiamo perdonare, promettere, possiamo minacciare. Tutti questi “dire” hanno effetti, sia degli effetti convenzionali – quando ordino è convenzione che qualcuno obbedisca al mio ordine – sia degli effetti non prevedibili che dipendono da chi ci ascolta”.
Nel suo lavoro si è occupata di propaganda e della costruzione del nemico attraverso il linguaggio. Quali sono i meccanismi che ritroviamo ancora oggi nella comunicazione politica e pubblica?
“Categorizzazione, gerarchizzazione e vittimismo. Questi sono i tre principali movimenti per la creazione del nemico. Innanzitutto, bisogna creare un Altro, quindi dividere, categorizzare appunto. Allora abbiamo: le donne da una parte, gli uomini dall’altra; gli eterosessuali da una parte, gli omosessuali dall’altra; gli “autoctoni” e gli stranieri, e via dicendo. Poi bisogna fare in modo che questi gruppi non stiano sullo stesso piano, ma vi sia un gruppo migliore (solitamente il nostro, quello a cui vogliamo appartenere) e uno peggiore (il loro). E infine, affinché il gruppo diverso e peggiore diventi nemico, deve diventare una minaccia. Qui entra in gioco una retorica del vittimismo per cui il nostro gruppo è in qualche modo in pericolo (“Nessuno pensa ai nostri bambini!”).
Quanto le parole che utilizziamo per descrivere una persona o una comunità possono influenzare il modo in cui quella persona o quella comunità viene percepita?
“Le parole determinano il modo in cui una persona o una comunità possono essere percepite, soprattutto se certe formule sono dominanti nel discorso pubblico, quindi molto più presenti delle loro alternative. Finisce così che associamo la persona all’aggettivo con cui viene maggiormente descritta”.
Lei studia anche il ruolo del silenzio. Siamo abituati a considerare comunicazione soprattutto ciò che viene detto: che cosa può invece comunicare ciò che non viene detto?
“Il silenzio può dire cose molto ovvie (“Chi tace acconsente”). È un codice, talvolta concordato tra i parlanti (“Se non ti dico niente, vuol dire che la presentazione è andata bene”), talvolta fa parte di certe regole sociali (basti pensare al caso di due fidanzati che cenano in silenzio finché uno non esclama “Avanti, dimmi perché sei offeso!”). La particolarità del silenzio, rispetto alle parole, è che in realtà può essere molto ambiguo, basta lasciare indefinito l’accordo tra parlanti. È il caso di quel silenzio omissivo, quando nei ringraziamenti della tesi manca proprio una certa persona, quando non si menziona un certo tema rilevante, quando tutti si aspettano un nostro intervento e noi diciamo di non dire nulla. Anche questi sono silenzi, anche questi dicono qualcosa. In realtà, la questione è davvero molto più complicata di così, per riuscire a capirci qualcosa io ci sto scrivendo una tesi di dottorato e più vado avanti più si aggiungono nuove vie percorribili”.
L’hate speech è uno dei suoi ambiti di ricerca. Qual è il confine tra una parola semplicemente offensiva e un linguaggio che contribuisce a discriminare o costruire un bersaglio?
“La differenza sta in ciò che la parola fa. Un insulto colpisce la persona per ciò che quella persona ha detto o fatto. Il linguaggio d’odio invece non mira alla singola persona perché ci ha fatto uno sgarbo o ci sta antipatica, ma in quanto appartenente a un certo gruppo sociale (origine etnica, religione, orientamento sessuale, disabilità, e via dicendo). L’individuo diventa rappresentante di un’intera categoria. Per questo le pratiche di linguaggio d’odio (hate speech) sono esponenzialmente più pericolose dell’insulto alla singola persona – nonostante anche quello possa essere devastante per chi lo subisce – poiché si estendono a un intero gruppo sociale, stigmatizzandolo e annullando la singolarità degli individui che lo compongono. Non esiste, ad oggi, una sola definizione di linguaggio d’odio, perché istituzioni diverse hanno interessi e obiettivi diversi; dunque, ogni definizione viene adattata all’uso e al contesto, ma, in generale, quello che ho detto racchiude il nocciolo fondamentale comune a qualsiasi interpretazione di linguaggio d’odio”.
Lei è anche una divulgatrice molto seguita sui social. Cosa cambia quando la filosofia esce dall’università e incontra TikTok, Instagram e un pubblico abituato a contenuti molto brevi?
“I social obbligano la filosofia, o meglio, i filosofi, a tornare al succo, alla praticità di una materia che sembra molto lontana dalla realtà, poco utile nella vita quotidiana. Vi è, nella pratica filosofica, la tradizione di perdersi in virtuosismi linguistici, di essere volutamente oscuri (si veda Heidegger); c’è un significato dietro a queste scelte metodologiche, non dico siano solo esercizi di stile, ma resta il fatto che spesso la filosofia richiede tempo per essere compresa. A parer mio, e in questo si riflette il mio modo di fare divulgazione, la cosa più importante da fare è interessare alla materia, mostrare in che modo la filosofia spiega le cose del mondo, spiega il nostro rapporto con esse e in che modo la filosofia può migliorare il nostro stare al mondo. Non pretendo di spiegare la teoria in tre minuti, credo sia impossibile, ciò che dico è necessariamente semplificato e incompleto ed è giusto così. La divulgazione sui social, a parer mio, non può essere esaustiva, ma deve essere quella scintilla che porta l’utente a cercare di più, a informarsi, a leggere i libri (io lascio sempre in descrizione le fonti bibliografiche), a mettere l’esame di filosofia del linguaggio nel piano di studi. Io ho grande fiducia nella voglia della gente di imparare e di pensare”.
I social hanno modificato il nostro modo di usare e interpretare le parole? E quanto la velocità con cui i contenuti circolano incide sulla comprensione di ciò che viene detto?
“Sette secondi è il tempo che in media spendiamo guardando un contenuto online prima di passare al prossimo. Si capirà che, dunque, riceviamo informazioni con una velocità allucinante, ne riceviamo più di quante riusciamo poi veramente a immagazzinare. Questo si riflette nel modo in cui poi interagiamo offline: siamo disattenti, ci distraiamo facilmente, parliamo con frasi brevi, abbiamo disimparato l’uso dei connettivi logici, non riusciamo a seguire un discorso articolato dall’inizio alla fine (per carità, non parlo per tutti, mi riferisco a una tendenza diffusa). Anche questo è colpa dei social, del modo in cui le piattaforme hanno fatto della velocità una necessità e della quantità un pregio. Tanto, troppo, in modo rapido, così da non perdere tempo. Forse dovremmo liberarci da questo sortilegio del “perdere tempo” e cominciare a usare il tempo per invece ascoltare, per pensare a ciò che vogliamo dire, per scegliere le parole che più sono adatte a ciò che vogliamo comunicare e non semplicemente le prime che ci vengono in mente”.
L’intelligenza artificiale produce ormai testi che sembrano scritti da esseri umani. Che cosa significa questo per il nostro modo di intendere il linguaggio e la comunicazione?
“Su questo tema si potrebbe discutere a lungo, è una questione molto complessa. Mi soffermerò solo su una questione e cioè la crisi in cui l’intelligenza artificiale getta l’uomo. L’uomo che dall’alba dei tempi si è distinto dall’animale in quanto dotato di logos, di ragione, sì, ma anche di linguaggio, quel linguaggio che ci permette di prendere parte alla vita sociale e, come dicevamo prima, di fare cose nel mondo. Quel linguaggio che, da sempre, è stato la peculiarità dell’animale umano e che oggi, di fronte ai testi prodotti dai modelli linguistici, smette di essere prerogativa umana. Se l’uomo non è più l’unico essere a usare il linguaggio, allora che cosa lo differenzia dal resto? Che cosa lo definisce? Che cosa lo rende effettivamente umano? Penso che l’Intelligenza artificiale ci abbia portato a una necessaria rivalutazione e ridefinizione di cosa siamo e proprio questo è il lavoro della filosofia che oggi è più viva e necessaria che mai”.
Il tema del Festival di Luce! è “Accendere il coraggio”. Quale rapporto vede tra il coraggio e il linguaggio? Ci sono parole che oggi richiedono particolare coraggio per essere pronunciate o ascoltate?
“Per scoprirlo, vi invito a Palazzo Vecchio il 16 ottobre alle 10”.





