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Cultura

Nomen/omen: il nome è un presagio, toponimi scomodi sulla carta geografica

Luciano Luciani.

Quando il nome del proprio paese non piace è sempre possibile correre ai ripari. La toponomastica  italiana è fitta di casi in cui gli abitanti di comunità piccole e meno piccole non si sono sentiti rappresentati dal nome del luogo che la storia o la geografia hanno loro assegnato come ambiente di vita e di lavoro. Spesso, anzi, hanno percepito quella denominazione come poco significativa, disdicevole o addirittura offensiva. E allora l’hanno cambiata radicalmente, talora con effetti inconsapevolmente comici. Proviamo a raccontare qualche caso

Porcile e Belfiore

Nel lontano 1547 i residenti di Porcile nel territorio di Verona brigarono non poco per ottenere la sostituzione del nome del loro paese ritenuto sconveniente: ma l’istanza presentata al Consiglio dei Dodici della città veneta, l’organismo che aveva competenze in materia, non fece altro che peggiorare la situazione: il risultato fu Belfiore di Porcile, un rimedio peggiore del male che gli improvvidi abitanti furono costretti a portarsi addosso per 320 anni, fino al 1867. Finalmente, dopo la terza guerra d’indipendenza e il ritorno del Veneto all’Italia, qualcuno si accorse dell’incongruo ossimoro che gravava sui solerti cittadini di Belfiore di Porcile e pensò bene di provvedere. Oggi, il piccolo comune a oriente di Verona, 2674 abitanti, 26 metri sul livello del mare, si chiama solo Belfiore: senz’altro più poetico, ma scarsamente rispettoso delle radici originarie.

Una semplice a che mette tutto a posto

Sensibili anche gli abitanti di Sacrofano, piccolo comune a nord di Roma tra la Cassia e la Flaminia. Fino al 1928 si chiamava Scrofano e i residenti trovavano poco decoroso questo toponimo, forse perché rimandava alla scrofa, la femmina del maiale – che pure campeggia ancora ai nostri giorni nello stemma comunale – considerato, ancora una volta, animale poco nobile; oppure perché richiamava alla memoria lo scorfano, un pesce teleosteo diffuso nel Mediterraneo dall’aspetto mostruoso, provvisto di aculei collegati con ghiandole velenose e quindi di nessun valore commestibile.

Così Scrofano è diventato Sacrofano… e non è stato difficile agli intraprendenti abitanti della cittadina laziale nobilitare le proprie origini rielaborando la notizia della presenza in tempi remotissimi di un sacrum fanum, ovvero un sacro tempio, misterioso e mai documentato, dedicato niente meno che al dio etrusco Velta.

Liberi e schiavi

Merita di essere ricordata anche la storia del nome del comune di Liberi, in provincia di Caserta: per secoli quel piccolo paese nel territorio di Formicola si era chiamato Schiavi di Formicola, ma  nel 1862, all’indomani degli “eroici furori” risorgimentali, l’antica denominazione era percepita come quasi offensiva in quanto sembrava rimandare ad una insopportabile condizione servile. E allora Schiavi di Formicola divenne Liberi di Formicola e quando Formicola venne costituito in comune autonomo finalmente e solamente Liberi! Peccato che in tutta questa vicenda la privazione della libertà e dei diritti c’entrassero poco o nulla: infatti, il toponimo schiavi, come per altri omonimi non sta a indicare un’antica condizione di servaggio ma antichi insediamenti di slavi, un termine che indicava genericamente le popolazioni barbariche come accade per Schiavi e Schiavonin provincia di Vicenza, Schiavoi in quella di Pordenone, Schiavonia in provincia di Padova, Schiavi d’Abruzzo nel chietino, Schiavi in provincia di Pescara,  e sempre nella provincia di Caserta, teatro della vicenda appena narrata, Castello degli Schiavi, Villa degli Schiavi, Torre degli Schiavi…

Tanti Poggio, uno solo Rusco

A volte l’insoddisfazione per il nome del proprio paese deriva dalla sua genericità: pensate a quanti Poggio hanno contrassegnato le carte geografiche italiane. Così, stanchi di essere confusi con altri, il 16 febbraio 1867 i consiglieri comunali di Poggio in provincia di Mantova “risultando che il nostro paese è omonimo con molti altri, l’Eccelso ministro degli Interni ha riconosciuto la necessità di doverlo tramutare in un altro a scelta del Consiglio o quanto meno facendovi un’aggiunta”. Facile a dirsi: più difficile, invece, trovare un nuovo nome. Perché “non vicinanza di monti, fiumi o torrenti ci potrebbe servire da guida pel cambio del nome o di aggiunta, ma siccome questo nostro paese trae la sua denominazione, almeno per quanto afferma la tradizione, dall’appoggiamento di oggetti natanti in tempi che le acque del Po inarginato si riversavano sui terreni contigui, così si potrebbe proporre l’aggiunta di Navi. Ma Navi rimanda all’acqua, al mare in un posto che più terragno non si può… E allora lo zelante sindaco poggese, evidentemente non privo di conoscenze botaniche, suggerisce che come elemento caratterizzante l’anonimo Poggio mantovano si faccia riferimento al nome della pianta della famiglia delle Liliacee, il Rusco che cresce abbondante nei fossi che solcano il territorio comunale. Comunque il sindaco, per non scontentare nessuno, propone diverse alternative: Poggio Navi, Poggio Piano, Poggio Valle, Poggio Rusco. 

Ma leggiamo il verbale della fatidica riunione: “Il Consiglio … si pronuncia nel senso di non fare altre ricerche e di mandare alla ballottazione le proposte della Presidenza. In seguito di che, messe a partito le proposte si contrappongono i relativi risultati della votazione eseguiti per alzata e seduta. Poggio Navi voti affermativi nessuno, voti negativi 11; Poggio Piano, voti affermativi nessuno, negativi 11; Poggio Rusco voti affermativi 11, voti negativi nessuno”. Passa, quindi, all’unanimità la dizione Poggio Rusco. Apprezzabile la procedura, così democratica e trasparente in tempi ancora difficili per la nostra storia nazionale: peccato, però, che mentre pochissimi conoscono la piccola pianta delle Liliacee, tutti in Emilia e nel Polesine attribuiscono a rusco il significato di “pattume”, “spazzatura”, “lordura” contribuendo per quasi un secolo e mezzo agli scherzi e alla facile ironia degli abitanti di almeno tre regioni.

I toponimi maledetti

Troppo somigliante a un termine interdetto e per di più in forma accrescitiva, per gli abitanti di Cazzone, simpatico e ameno paesino (non arriva oggi ai cinquemila abitanti) del Varesotto al confine con la Svizzera, non deve essere stato facile convivere col nome del luogo che aveva dato loro i natali. Così, stanchi di essere additati come indigeni di un’area designata col nome più diffuso dell’organo maschile e per di più comunemente usato nell’accezione di sciocco, stupido, nell’ormai remoto 1895 gli autoctoni decisero di darsi l’assai più banale denominazione toponimica di Cantello, ovvero “cantuccio di terra”: certo più delicata della precedente ma, diciamoci la verità, meno simpatica ed espressiva del bonario Cazzone. Che poi, la parola proibita niente aveva a che fare con un superdimensionato membro virile, ma rimandava a una grossa cazzuola: un mestolone da sempre strumento di lavoro e orgoglio professionale di generazioni e generazioni di laboriosi muratori.

Un’identica, pudibonda, motivazione sta alla base della trasformazione del maceratese Ficano nel più anonimo e anodino Poggio San Vicino. Qui, chiamata in causa è la metafora eufemistica con cui, sin dall’antichità classica, si è soliti indicare l’organo sessuale femminile: già Aristofane usava il termine sukon per designare quella che Gustave Courbet, un maestro del realismo francese, in un suo celeberrimo dipinto, chiama l’Origine du monde. Ma nel 1927, alla vigilia dei Patti lateranensi che avrebbero riconciliato Stato e Chiesa, anche il nome di un piccolissimo Comune marchigiano di appena qualche centinaio di abitanti poteva assurgere a motivo di scandalo da normalizzare assolutamente. E così fu.

Corna e fegato

Non è certo difficile immaginare le battute, non sempre lievi, gli sfottò e i sorrisetti maliziosi che, ne siamo sicuri, hanno punteggiato la vita quotidiana degli abitanti di sesso maschile di Cornetonell’alto Lazio: troppo forte l’evocazione fonetica del nome che designava quel luogo d’origine per non mettere maliziosamente in discussione l’onorabilità delle loro donne. Niente di meglio, quindi, poco meno di un secolo fa, che recuperare, con la denominazione di Tarquinia, la memoria di un’antica, potente e rispettata città.

Che bel nome, Borgorose! È tutto un profumo! E pensare che la piccola città reatina al confine con l’Abruzzo aquilano, che si fregia oggi di un appellativo così aulente, sino a poco più di mezzo secolo fa, per la sua denominazione sollecitava impressioni tutt’altro che fragranti. Si chiamava, infatti, Borgocollefegato dallo sgradevole colore rosso bruno della roccia locale. Meno male che il vicino monte Rose ha fornito lo spunto delicato per la soluzione del problema.

Caccavone

Particolarmente suscettibili anche gli abitanti dell’antico Comune di Caccavone (Is). In una delibera del 20 febbraio 1921 si legge: “poiché il nome del Comune ricorda nella prima parte una cosa che disgusta e nella seconda un accrescitivo che riempie la bocca e gli orecchi, suscitando il riso e la derisione della gente, questo viene cambiato in Vinoli secondo i prodotti tipici locali”. Ma pochi mesi più tardi, ancora insoddisfatto, il Consiglio comunale approva una nuova delibera che, fondendo la splendida posizione paesaggistica e la presenza, testimoniata da consistenti reperti archeologici, di accampamenti sanniti, conia il nome di Poggio Sannita, 705 slm, più o meno 2000 abitanti impegnati a smemorare il disgustoso grosso caccavo… ovvero niente altro che il recipiente in rame usato dai pastori per il coagulo del latte.

Il triste caso di Giovanni Passannante, anarchico di Salvia di Lucania

In altri casi c’è davvero poco da ridere: per esempio, gli abitanti di Savoia di Lucania, piccolo comune della Basilicata, si chiamano ancora oggi salviani, nonostante siano passati quasi 140 anni dalla cancellazione dell’antico nome di Salvia, derivato dall’omonima pianta, abbondantemente prodotta da quel territorio. Il paese mutò denominazione in modo improvviso e crudele all’indomani dell’attentato contro re Umberto I di Savoia, in visita a Napoli il 17 novembre 1878. Chi minacciò la vita del re – o per meglio dire provò ad attentare, perché gli procurò solo alcune ferite superficiali usando un piccolo temperino comprato al mercato in cambio della propria giacca – fu Giovanni Passannante, nativo di Salvia, emigrato in cerca di lavoro, prima a Salerno e poi a Napoli, di convinzioni più mazziniane e repubblicane che anarchiche. Un ingenuo tentativo di vendicare le secolari sofferenze del sud, che, tra le sue conseguenze, oltre alla tragedia personale dell’autore dell’attentato, incarcerato, torturato e morto oscuramente nel manicomio criminale di MontelupoFiorentino nel 1910, conobbe anche l’imposizione del cambiamento di nome al paese “colpevole” di essere il luogo di nascita di Passannante. Così Salvia cambiò nome in onore della casa regnante, cui era stata recata offesa e si chiamò da allora Savoia di Lucania. Una rappresaglia di brutale, tetragona efficienza sabauda. Non solo. La famiglia dell’anarchico fu sconvolta e continuò a essere perseguitata per anni: la madre venne ristretta nel manicomio di Aversa come espiazione per aver partorito un tale «mostro», la stessa sorte toccò ai fratelli. Ma il prezzo fu alto per tutti i salviani: da allora a Savoia di Lucania non c’è più stato nessuno con il cognome Passannante perché parenti e omonimi preferirono lasciare il paese. “Così”, ha scritto lo storico Michele Fumagallo, “si cercava di cancellare ogni traccia che ricordasse l’uomo che aveva osato sfidare il re”.

Una modesta conclusione

Insomma, quali conclusioni tirare da queste modestissime note? Una sola, evidentissima: i nomi attraverso i quali indichiamo i luoghi rappresentano sempre il punto di equilibrio raggiunto nel tempo da complessi intrecci tra storia, geografia e lingua. La pretesa di cambiarli finisce spesso per turbare questa delicata stabilità: e allora città e paesi si ribellano e le nuove denominazioni individuate per loro, avulse dalla storia concreta degli uomini che quei luoghi hanno vissuto e plasmato, finiscono per apparire inadatte e incongrue nel migliore dei casi, talora inconsapevolmente comiche o addirittura ridicole.

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