Netanyahu alla Casa Bianca: “L’Iran è un bluff, Donald non fidarti”
Ariel Piccini Warschauer.
C’è un’urgenza che brucia nei corridoi della politica israeliana, un’ansia che ha spinto Benjamin Netanyahu ad anticipare di una settimana il suo volo verso Washington. Sullo sfondo di una capitale americana blindata e di un Medio Oriente sospeso, il premier israeliano è atterrato per il suo settimo faccia a faccia con Donald Trump da quando il Tycoon è tornato allo Studio Ovale. La missione è una sola: smontare il “teatro” iraniano e impedire che l’America firmi un accordo al ribasso con la Repubblica Islamica.
Il dossier nucleare: “Nessuno sconto a Teheran”
Per Netanyahu, l’Iran non sta negoziando, sta solo temporeggiando. Mentre a Muscat, in Oman, le diplomazie di Washington e Teheran si scambiano segnali definiti “positivi” – con l’apertura iraniana a diluire l’uranio arricchito al 60% in cambio della revoca totale delle sanzioni – Israele alza il muro.
Il premier porterà a Trump nuovi dati di intelligence, convinto che il regime dei Mullah stia solo cercando di “salvare la faccia” senza rinunciare alle proprie ambizioni egemoniche e nucleari. Le richieste che Israele metterà sul tavolo dello Studio Ovale sono nette: Arricchimento zero sul suolo iraniano e rimozione totale delle scorte. Ispezioni affidate all’AIEA e ripristino dei protocolli di controllo totale. Stop anche ai missili balistici e fine del sostegno da parte iraniana all’”Asse del Male”.
Una delegazione snella e il “giallo” delle assenze
Netanyahu si presenta con una squadra ridotta ma operativa: il segretario militare Roman Goffman e il consigliere per la Sicurezza Nazionale Gil Reich. Salta all’occhio l’assenza di Tzachi Braverman, il potente capo di gabinetto travolto dal caso “Bibileaks”, e dei vertici della Difesa. Una scelta che, secondo gli analisti, riflette non solo i dissidi interni tra il potere politico e i generali di Tel Aviv, ma anche la volontà di gestire questo “corpo a corpo” diplomatico in una cerchia ristrettissima e riservata.
Il rebus di Gaza e la Cisgiordania
Se l’Iran è il piatto forte, il “dossier Gaza” resta indigesto. A quattro mesi dal cessate il fuoco, il piano di pace in 20 punti si è arenato. Netanyahu resta fermo sulla conditio sine qua non da lui posto durante l’ultimo vertice all Casa Bianca: nessun progresso nella ricostruzione senza il disarmo totale di Hamas e nessuna partecipazione dell’Autorità Nazionale Palestinese (Anp) visto il suo sostegno ai terroristi palestinesi ancora detenuti o liberati dalle autorità israeliane in cambio del ritorno degli ostaggi.
Ma il vero nervo scoperto è la Cisgiordania. Le recenti manovre israeliane per rafforzare il controllo sulle aree A e B hanno fatto storcere il naso persino a questa Casa Bianca. Nonostante la “vicinanza unica” tra i due leader, Trump ha fatto filtrare la sua contrarietà all’annessione dei territori. Un segnale che, anche per il miglior amico di Israele, esistono linee rosse da non valicare.
Il colloquio si svolgerà a porte chiuse. Niente telecamere, niente conferenze stampa. Un segnale chiaro della Casa Bianca: il dialogo deve restare lontano dai riflettori per evitare che eventuali crepe sulla strategia iraniana diventino di dominio pubblico. Netanyahu lo sa: questo è l’incontro decisivo per blindare la sicurezza di Israele prima che il vento di Washington cambi direzione.






