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Il grande ricatto di Epstein, case piene di telecamere

Ariel Piccini Warschauer.

Il fantasma di Jeffrey Epstein torna a scuotere i palazzi del potere di Washington, e lo fa attraverso l’occhio freddo di un obiettivo nascosto. La domanda che oggi rimbalza tra giornalisti, analisti e politici non è più “se” il finanziere pedofilo spiasse i suoi ospiti, ma dove siano finiti i video compromettenti della rete di abusi che ha coinvolto i nomi più pesanti del jet-set, della finanza, del mondo accademico e della politica mondiale.

L’arsenale dello spionaggio

Nuove rivelazioni pubblicate dal New York Times squarciano il velo di omertà sulle residenze del miliardario morto (ufficialmente suicida) in carcere nel 2019. Nonostante le smentite delle autorità federali, che avevano dichiarato di non aver trovato sistemi di sorveglianza durante le perquisizioni a New York e nelle Isole Vergini, le prove dicono ben altro. Fotografie documentano telecamere installate negli angoli delle camere da letto principali e persino mimetizzate tra le decorazioni dei bagni.

Già nel 2014, Epstein ordinava al suo pilota di fiducia, Larry Visoski, l’acquisto di apparecchiature all’avanguardia: “Prendiamo tre telecamere nascoste con sensore di movimento, che registrino”, scriveva. La risposta del collaboratore è da film di spionaggio: “Le sto mettendo dentro scatole di Kleenex proprio ora. Te le porto più tardi”. Piccoli gioielli tecnologici capaci di registrare per 64 ore consecutive, pronti a trasformare ogni incontro privato in un’arma di pressione e di ricatto. 

Tra Mossad e FSB russo: l’ombra dell’agente segreto

Il profilo che emerge dai file del Dipartimento di Stato non è solo quello di un predatore sessuale, ma di un uomo che aspirava a diventare un “asset” internazionale. Epstein coltivava contatti con l’intelligence israeliana e russa, ricalcando le orme di Robert Maxwell — padre della sua complice Ghislaine — che negli anni ’70 era considerato un tramite tra il Mossad e il KGB.

Le telecamere non servivano solo alla sua gratificazione personale, ma erano strumenti per accreditarsi presso i servizi segreti stranieri o per costruire un archivio di ricatti con cui tenere in pugno l’élite globale. Già nel 2005, la polizia di Palm Beach aveva rinvenuto telecamere nascoste dentro orologi da tavolo. Eppure, nel 2019, l’Fbi sembra aver guardato altrove.

Il giallo dei video scomparsi

Mentre i “complottisti” evocano filmati che riguarderebbero figure del calibro di Donald Trump — verso cui Epstein nutriva propositi di vendetta — o altri big della finanza, la realtà processuale resta desolatamente vuota. Se quelle telecamere hanno registrato per anni, dove sono finiti i server? Chi ha ripulito le stanze prima dell’arrivo degli agenti?

Il sospetto è che il materiale possa essere ancora nelle mani di chi ha ereditato i segreti del finanziere o di agenzie di intelligence che preferiscono mantenere il controllo su quei segreti piuttosto che consegnarli alla giustizia. In questo gioco di specchi, la verità sulle “notti di Epstein” rischia di restare chiusa in una scatola di fazzoletti, in attesa del prossimo, devastante ricatto.

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